Storie di confine… Friuli, Venezia Giulia e Slovenia (Seconda parte)

E Slovenia fu. A caccia di grigliatori di pecore a bordo strada, ricordando eroici viaggi jugoslavi in cui il mattone era distruzione, troviamo ristoranti-bidone da cui scappare diventa l’unica possibilità. Risaliamo verso Nova Gorica, costeggiamo l’Isonzo e ritroviamo il selvatico. Arriviamo fino a Bovec, ci accontentiamo, chiediamo che il dopo pasto ci apra una strada, finiamo nel luogo sbagliato, un minuscolo produttore di formaggio di capra (Igor Mlekuz) da formaggio prescindibile, ci dice di fare cinque curve nella casualità per uno dei prodotti più incredibili della mia vita. Urban e Marko Skander, padre e figlio, allevano la pecora Plezzana, autoctona dal pelo lungo, per fare un tipo di formaggio, una ricotta e uno yogurt, dalla consistenza della panna cotta. Il formaggio (Bovski sir) è una pasta semi-cotta, fino all’anno di stagionatura, meravigliosamente contenuto: sale, struttura, sapori, masticazione. Un gioiello. E basterebbe a se stesso, se non ci fosse quello yogurt originario, senza eguali, inspiegabile e non descrivibile. E quindi non lo descrivo. Il confine vi aspetta! Via crucis verso l’ossario di Caporetto, tutti soldati semplici i morti e via. Procediamo…

Sopra Tolmin. Nove kilometri di orridi e strade strettissime per arrivare in mezzo al Parco del Triglav, a 800 metri, nella frazione di Cadrg, uno dei posti più remoti in cui mi sia mai trovato. Un po’ di verità non fa mai male. Alberi da frutto, vacche, maiali e capre al pascolo, cani sparsi e la famiglia Boncina (), produttrice di formaggio vaccino (il Tolminc). Silenzio, cena, silenzio e la notte più lunga. Biologico e forme standard, si attendono le stagionature che rimangono nella media, paste cotte e forme grandi, il formaggio non restituisce indietro lo stupore del luogo. Il resto è incontaminato.

Procediamo così verso Uros Klinec… ma quella è un’altra pazzesca storia di un confine in cui nessuno è stato assorbito…

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