I biscotti sono una cosa seria!?!?… Francesca Iseppato

furezze

Bovolone. Terre di torba e terre di sabbia, pievi, chiese e corti-castello ridotte a palazzi a cui sono state tolte le difese, lasciandole accumulatrici di prodotti agricoli. La coltura del riso e quella del tabacco hanno perennemente contraddistinto un territorio che nella pianura si è vieppiù nascosto e attorcigliato, come se non ci fosse un altro modo di vivere al di là della provvidenziale e operosa circospezione cristiana. Questa terra reticolata, incanalata, esaurita e sfruttata ha terminato le risorse dell’empatia, lasciando per strada scheletrici contadini convinti dalla propria abitudine, qualche esasperato modernista rinnovabile e tanti raccoglitori stagionali. Bovolone non è un luogo che richiama. Continue reading I biscotti sono una cosa seria!?!?… Francesca Iseppato

L’immagine del pasticciere… Alessandro Busato

BUSATO

Isola della Scala. Bassa Veronese. Rogge e paludi bonificate verso quel mestiere di imprenditore agricolo che esiste solo come signorotto. Ed è lì, nel solco di quella tradizione industriale, e di quello sviluppo tecnologico, che questo paese ha sempre detto no alla cementificazione e al sopravvento di qualcosa di più popolare, di più redditizio e di più contemporaneo. È sempre rimasto nella latenza degli undici mesi precedenti la festa del riso, quella manifestazione che è diventata emblema stesso di un commercio impoverito da piatti di carta e file con lo scontrino. Perché Isola della Scala è uno di quei luoghi sacri dove il riso svolge ancora una funzione sociale, irredentista, oppositrice. E il ruotare attorno, porta fuori, dalla gravità delle propaggini di storia incerta, delle roccheforti di sapidità a cui viene chiesto di uscire dal seminato, con qualcosa di nuovo, di desueto, quasi di festoso. Continue reading L’immagine del pasticciere… Alessandro Busato

Raspino: la pasticceria parte dall’origine… Gino Rigobello

RASPINO

Torino. Regio Parco. I portici sono una lezione imparata di storia sabauda che non riesce a guardare oltre la fronte corrucciata di chi ormai ha perso interesse per il cielo e per il tempo. Dalla lavorazione del tabacco alle case di ringhiera operaie fino alla suadenza da parcheggio comodo e parchetto canino, il quartiere si è evoluto ripulendosi dalla fuliggine e da quelle facciate in stile sanatorio che della quadratura han sempre reso un’immagine impossibile da rendere più vivida. Torino è sempre rimasta un cielo coperto e delle insegne al neon catalizzanti le direzioni delle strade. Colori vividi su una materia rimasta grigia, apocrifa, sconsacrata… taverne, pasticcerie, ristoranti cinesi e bar a mezz’aria, nel culto del giornale, nel riposo di mezz’ora, nell’operosità blanda di manovalanza fine a se stessa. Torino si è sempre allargata senza mai interessarsi dell’orizzonte da cui era vista e da cui era macchiata. Così ha mantenuto dei luoghi tenui dove rifugiarsi molto oltre l’estetica vintage del caffè e della boiserie. Continue reading Raspino: la pasticceria parte dall’origine… Gino Rigobello

Lievitati e classicismo… Alberto Roffia

alvins

Milano. Via Melchiorre Gioia. Tra la Maggiolina e Greco, in quell’angolo metropolitano dove le macchine s’incolonnavano nella speranza che non si rompesse lo “spannavetri” e dove la nebbia prendeva gli ultimi lasciti da un hinterland che non era ancora se non nella fabbrica. Molto prima delle abitazioni, dei pubblicisti che occupavano villaggi di case monofamiliari in periferia, della decadenza, dei centri sociali e degli strascichi per contadini urbani e orti idroponici, qui si provavano architetture futuristiche per creare enclavi di benessere al di là di quella Milano a fisarmonica che si è portata via tutto… oltre la ferrovia, oltre quei luoghi che sanguinavano di rosso e che le cicatrici han deciso di richiuderle da sé. Così, Via Melchiorre Gioia è sempre stata fosca di abbandoni e di accoglienze. Chi arriva e chi va. Ma chi l’ha mai guardata? Chi ha cercato una logica consumistica, chi l’ha legata alla città dello stare bene e chi non ha mai smesso di sottoporsi alla necessità della risposta. Gli altri sono passati. Ma un paio di angoli meritano ancora di essere assistiti, magari seduti ad un tavolino, guardando quelle maledette corsie trasferire immondizia e felicità da borse piene. Continue reading Lievitati e classicismo… Alberto Roffia

Una storia conquistata… Claudio Gatti

gatti

Tabiano Terme. Città del respiro e del turismo dopo il turismo. I primi venti, le prime nuvole e la città si è sempre riempita di cortei ducali e rughe senza temperanza. Così, nella cogenza di una pelle da restaurare, lo zolfo più pregiato d’Europa è sempre servito come succedaneo della bellezza. Il turismo arrivava, si tappava il naso per le esalazioni e tornava ad immergersi in un clima di relax, un po’ lascivo e un po’ sonnolento. Con quel languore, a metà strada tra l’estate e l’autunno, che dei balli, delle cerimonie, dei maglioncini di cotone sulle spalle e soprattutto della struttura decadente della vita, quell’architettura belle epoque senza smagliature, ha scritto le pagine fondanti di un turismo che non esiste più se non nei nomi. I bagni di Tabiano sono preda di pullman convenzionati con il calcolo dei decessi: salute uguale guadagno. Così il castello fa storia a sé e il paese è un intrecciarsi di parcheggi, alberghi ed edifici languidi. Però che meraviglia questa possibilità tardiva di non conformarsi al progresso. Che rimanga così nel suo anacronismo e su quei colli agricoli che di sfruttamento han sempre campato!
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Albori di qualità… Pierluigi Fornero e Emanuela Calliero

alpina

Luserna San Giovanni. La pianura puzza ancora di industrie tessili e diindustrie dolciarie. Qui ci si complicò la vita con il gianduiotto e si continuò a guardare le valli valdesi come una forma di comunità al di là di tutto. Il calcio è diventato hockey su ghiaccio e le Alpi Cozie hanno dato sostentamento e visibilità alla valle. I formaggi si sono nascosti dietro e sono fuoriusciti i tetti in pietra. Qui, le cave della pietra di Luserna, che ricadono principalmente in Valle Po, i fiumi che imbottigliano acqua andando sul ghiaccio, quel liscio e piatto che dei tetti di tutto il mondo ha creato un paradigma, non hanno lasciato molto alla terra, volgendo gli sguardi nella certezza di qualcosa di maturo. Così, fermarsi è un elogio più che un desiderio. Il motivo è quello di una pasticceria dal nome evocativo: l’Alpina. Continue reading Albori di qualità… Pierluigi Fornero e Emanuela Calliero

C’è ancora un cannolo a Piana degli Albanesi… Marco Cuccia

cannoli

Piana degli Albanesi. Minoranza etnico-linguistica arbereshe. Rito greco-bizantino. Un luogo con una doppia lingua e con una civiltà evoluta, dove il dialogo non è mai una certezza. Un lago artificiale di mezza-montagna, una strage dimenticata se non fosse per una decina di monoliti, stile Stonehenge, a ricordare gli undici lavoratori uccisi da non si sa bene chi (strano!!), delle tradizioni gastronomiche e un centro storico nascosto in mezzo ad una conca a settecento metri d’altezza, a metà strada tra il medioevo e il barocco. Qui si è mantenuta una cultura, i territori sono sconfinati, le varie guerre di mafia hanno messo in testa più di una pietra, a mafiosi e ad innocenti. Piana degli Albanesi è un luogo isolato senza un reale retaggio turistico. Unico, sopra tutto, il cannolo e quelle dimensioni che, nelle leggende, più si sono allontanate dalla fonte, più sono diventante pantagrueliche, enormi, sesquipedali, senza più un recinto. Così la necessità al nutrimento ne ha fatto un’effigie e il geometrico contemporaneo un ostracismo. Ma il sentito dire è il motore di una sagra di paese, il resto è lavoro e quotidianità, in quell’andito dove Marco Cuccia ha deciso di normalizzare il tutto verso la strada della qualità. Continue reading C’è ancora un cannolo a Piana degli Albanesi… Marco Cuccia

Antica Dolceria Bonajuto da tutti i punti di vista… Pierpaolo Ruta

bonajuto

Modica. Una delle roccaforti del tardo barocco. Un terremoto et voilà trecento anni di storia a nascondere bene rughe e crepe. Due duomi, una città alta e una città bassa, una conca dove nascondersi, delle tradizioni inscalfibili e, soprattutto, una ricchezza “bella” che non può che far tornare. Strati di case, vicoli e scale che non portano da nessuna parte. Una rocca a dominare il tutto, un fiume interrato che ha trasformato la Venezia del sud in qualcosa di rarefatto, quasi inesistente. Modica è campi lunghissimi e ritmi lenti, le macchine in coda non hanno fretta, le persone si schermiscono dal sole. Campanili, chiese e ancora campanili. Il barocco è l’apparenza di una struttura medievale che torna sempre sui suoi passi. Questo luogo è un pensatoio naturale, senza vie di fuga. Non si può fare altro che immergersi. È meno manifesta del presepe di Ibla, dell’illuminazione di Scicli o del color deserto dei viali di Noto, ma ha la follia incasinata di una Sicilia meno condita. Continue reading Antica Dolceria Bonajuto da tutti i punti di vista… Pierpaolo Ruta