Liquirizia calabrese: la leggenda di Amarelli al cospetto del contemporaneo… Pina e Fortunato Amarelli

Rossano. Piana di Sibari. Qui, storia, mare, boschi, coltivazioni e tempi morti si assomigliano tutti, si affastellano e si espongono. L’espansione urbanistica ha tenuto conto della maniera e le brutture sono sostanzialmente tenute a bada. Qui c’è un angolo di Calabria in cui gli stili si sovrappongono, il mare è realistico e a perdita d’occhio si sviluppano le semplicità degli ulivi e degli agrumeti, quelli che danno da vivere e che cadono a terra, quelli che rendono questi luoghi dei manifesti di possibilità e di biodiversità non colta fino in fondo. Rossano, la sua sorella Corigliano, e questo lato di litorale, senza influssi turistici perbenisti, sono il luogo migliore dove far crescere, raccogliere e trasformare la liquirizia, erbacea perenne, infestante per secoli, selvatica nel decennio del gusto comunicativo, dal sapore assoluto e senza vie di mezzo.

Pina Amarelli appare per fortuna. Pochi convenevoli, avvocato e giornalista, aggraziata, ascoltatrice, affabulatrice, anima aristocratica di un mondo di artigiani dove alcune famiglie del sud Italia fanno tutta la differenza del mondo: perché al di qua del vino, in produzioni dove i fatturati non contano e dove il Gattopardo è ancora l’ultimo dei rivoluzionari. Nonostante il latifondo. Qui c’è una Calabria diversa, fatta di innovazione e restaurazione, dove il reazionario è l’unica maniera di mantenimento del tempo e della bellezza. E così prima dei forconi modernisti, in una vita fatta di consigli d’amministrazione e gastronomia comunicata, gli Amarelli sono una certezza territoriale da conservare.

Trasformano e producono liquirizia, in maniera continuativa, da metà del ‘700, perchè prima c’era un prima atavico senza una filologia accertata. Hanno collaborato con gli agricoltori, costruito fabbriche e collaborato con università e poteri. Sono stati latifondisti, rivoluzionari e benefattori. Anche nelle crisi post belliche sono riusciti a mantenere vivo e attivo il concio dove la liquirizia veniva lavorata. Centinaia di anni in mano alla stessa famiglia, senza passaggi e senza farsi insinuare dalle blandizie. Nonostante il territorio si stia esaurendo e l’estero possa essere una possibilità. In Italia sono rimasti in pochi, in Calabria in tre, ancorché la liquirizia continui incessantemente a crescere fino al ciglio delle statali.

E adesso il concio è ancora lì, c’è Fortunato Amarelli, nipote e continuatore, a raccontare l’eleganza nell’eleganza, c’è un museo leggendario, ci sono le radici da macinare nelle grandi mole insieme all’acqua calda per estrarre il succo, c’è il mastro liquiriziaio che, col succo filtrato e concentrato, al cambiamento di stuttura – nero e morbido -, inizia a filare. Poi le donne, che nel tempo sono diventate zie, mamme, nonne, in una genealogia familiare che non è solo degli Amarelli ma di tutti i lavoratori, hanno cominciato a mettere in forma e sono arrivati i prodotti iconici: gli assabesi (in quel corto-circuito razzista e fisiognomico che portava il nero verso la rappresentazione africana più becera), le favette alla menta, i rombetti all’anice, le morette, i senatori, i sassolini. Poi ci sono le tisane, i bastoncini e la liquirizia nero/lucido passata attraverso getti di vapore che poliscono e risaltano i colori… e qui il territorio diventa preponderante e la materia prima fondamentale.

Questo lato di Calabria è un territorio di agrumi infestati. I rapporti tra trasformatori, proprietari terrieri e raccoglitori (perché la liquirizia coltivata non ha senso, né economico né qualitativo) sono anacronistici ma essenziali: il proprietario fa raccogliere le radici al raccoglitore che gli pulisce il campo e rivende la liquirizia al trasformatore. Fusti di quattro anni e rotazione. La liquirizia gira il mondo, addolcisce il tabacco delle sigarette, si confetta, si unisce alla menta e si industrializza come edulcorante. Poi ci sono gli Amarelli, la loro storia e la loro leggenda, molto prima di qualunque gusto…

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