La Tetette non pretende un amore originario… Marco Jeantet

Cogne. Gran Paradiso ed echi di feste verso l’abbandono. Nella stagione sbagliata, dove i lastroni di ghiaccio vengono schiacciati soavemente dagli scarponi di provetti sciatori dalla faccia laccata, l’agricolo viene rimesso al proprio posto, lasciando spazio al folkloristico e al prodotto tipico. Il centro cittadino è un florilegio di buoni propositi, negozietti carini, bottegucce finto primitivo e animelle valdostane disilluse da anni di Natali, in preda al tempo della tipicità peggiore da rifilare nella maniera migliore. In testa la Fontina, seguita dalla Mocetta, dal Mecoulin e dall’aria salubre che, tra i Prati dell’Orso, lo sci di Fondo, il Parco Nazionale e le poche piste di sci alpino, prendono quel fascino “sauvage” che diventerà la più florida delle chiacchierate fuori porta, tra uno zerbino, le scale e il burro di cacao colorato per prendere il miglior sole dell’arco alpino. Cogne è anche questo e si porta dietro l’illusione di giorni tumultuosi e tumefatti. Per il resto, bisogna scavare, se permesso e non sempre si trovano pepite… Continue reading La Tetette non pretende un amore originario… Marco Jeantet

Pustertaler-Barà, una razza che beneficia del tempo… Luca Ghiano

Dubbione. Frazione di Pinasca, presagio di montagna. La Val Chisone, qui, è oltre l’antropizzato, è in quella morfologia industrializzata da palazzina a tre piani e preconcetti prefabbricati che sembra non lasciare nulla al di là del calcolo. Molto oltre gli Agnelli e la loro epopea, Pinasca è un non luogo smantellato e ripristinato, dove l’appartenenza sfiora il campanilismo. Tremila abitanti per ventisette frazioni, sedi comunali spostate e dirimpettai che, pur di non frequentare le botteghe limitrofe, scavalcano il luogo e si disperdono nella cintura torinese. Qui c’è fastidio misto a livore e le feste di paese diventano folkloristici redde rationem, come se sprofondando la valle avesse imposto la propria mal sopportazione. E così, rotonde, balconi e stranianti allevamenti di Cinte senesi si ricompongono nella macelleria dei fratelli Ghiano, dove Luca ha deciso che c’era bisogno di un finale differente. Continue reading Pustertaler-Barà, una razza che beneficia del tempo… Luca Ghiano

Salame nobile del Giarolo in frazioni della Val Grue… Ennio Mutti

Sarezzano. Frazione Baracca. Si finisce di annusare la pianura, si separano i rettilinei, non si sale verso la collinetta del paese di riferimento e si mantengono intatti i colori delle cascine. Queste sono terre dove il salame è oltre la religione, qui la fede nella produzione e nell’allevamento rimane connaturata all’abitudine dell’ogni giorno. Non ci sono futuri lampanti o grumi di turismo, qui non si passa per caso, sono valli chiuse, incuneanti e profonde, dove l’inverno azzera il respiro e i colori s’infossano in una terra selvatica che, ancora, è riuscita a mantenere dissodata la capacità di trasmissione e di traduzione. Marrone, verde, grigio e tonalità diafane, che sbiadiscono nelle brume e nelle guazze di stagioni regolarissime, pungenti e senza tregua. Al bordo dell’autunno, arrivo da Ennio Mutti, norcino e macellaio che nella sua piccola corte esprime ancora le necessità del mestiere: gli animali vanno curati fin dalla macellazione. Continue reading Salame nobile del Giarolo in frazioni della Val Grue… Ennio Mutti

L’Arca dello Jato e la valorizzazione della razza Cinisara… Angelo Fiordilino

Alcamo, terra di bagli, di meloni e di vini. Terra fertile, dove sangue e cultura si sono sempre adeguati in un incontro che non è mai avvenuto. Dallo stille neoclassico alle case di campagna, Alcamo è uno svicolare dal turismo dal naso all’insù, qui si è sempre guardato verso i piedi, verso la concretezza di uno stare che, nel tempo, è stato indipendenza e dipendenza. Le richieste non avverate sono diventate delle imposizioni e, così, quello che resta è un sonnolento popoloso, qualcosa che lascia il centro per dirigersi in colline sterminate, selvagge, ventose, dove gli alberelli e i meloni impongono la sosta, il tempo e la curva, ridando indietro l’immagine di una Sicilia che si colora, diventa verde e fuoriesce dal classicismo delle stagioni. Il paese è un qualcosa che rimane, perché si guarda intorno, le periferie adagiate di botteghe di quartiere continuano a tessere le fila di discorsi consunti e di clientela consueta, quello che c’è fuori, l’eco dei discorsi, rimane ventoso e lontano. E così mi trovo in mezzo ad un agro discosto, dove il riunirsi è, da sempre, un atto medesimo e rituale. Continue reading L’Arca dello Jato e la valorizzazione della razza Cinisara… Angelo Fiordilino

Macelleria Orsi: salumi di pecora nella culla del prosciutto… Luciano Orsi

Lagrimone. Tizzano Val Parma. Poggi incolti e boschi di querce, finestre aperte e prosciutti a prosciugare il proprio tempo all’interno di salumifici che hanno preso il posto di case e persiane grigie e che, in questo lato della valle, hanno trovato l’origine e la salubrità. Questi sono declivi dolci di frazioni lontane e intervallate da strade tumulate sotto anni di lacerazioni, frane e dimenticanze. Qui Parma e la sua food valley hanno creato la propria leggenda, a metà tra la montagna e la pianura, in una collina refrattaria ai cambiamenti mostrati ma assolutamente devoluta e manipolata, dove le rughe accennate sono una maniera di comunicazione e la gioventù che se ne va, ritornando perché la famiglia non può essere messa in ripostiglio, prova a divulgare socialmente stagionature, stalle e balle di fieno che diventano sempre un desiderio mascherato. Ma qui ci sono artigiani che nel diverso hanno messo a punto il loro prodotto. Continue reading Macelleria Orsi: salumi di pecora nella culla del prosciutto… Luciano Orsi

Macellai e gastronomi contro l’incedere dei moralismi… Famiglia Curtarelli

Castelnuovo Bocca d’Adda. Aree rurali, fiumi e canali. Equidistante da tutto, tralasciato com’era, alla sua vita considerata sulle sponde della via principali, in quegli argini riempiti ancora da qualche rispetto e da troppi dispetti. Sagrati plumbei e stalle chiuse determinano questo lato di mondo, in un continuo sempre uguale a se stesso, perché il peso del tempo non diventi un finale discosto ma un finale scontato. Qui i volti non possono fare a meno di invecchiare placidamente, le rughe si formano e la pianura continua ad imporre delle stagionalità brusche e scortesi, gli incroci dei luoghi, dove fuoriuscire dalle brume per una passeggiata o per una perversione, rimangono spenti dietro le luci della buona creanza e della credenza collettiva. Il malcostume e il vizio sono ritmi sommessi per inquietudini fuori dalla famiglia, oltre la fede e oltre il lavoro, quello che gratifica, nobilita e toglie dai bivi degli sbagli, quello che è rimasto in qualche bottega perenne dove le foglie non variano mai il colore. Continue reading Macellai e gastronomi contro l’incedere dei moralismi… Famiglia Curtarelli

Vitello sanato: repetita iuvant … Famiglia Tarello

Viverone. Un lago armonioso, anfiteatro morenico e increspature, una natura che si stringe attorno ad una campagna che il turismo ha lasciato interrotta e il selvatico ha chiuso all’interno di stalle ben appartate, dove sostenere il bisogno proteico degli italiani bivaccati in ingrassi fuori controllo e in tempi compressi. Fuori, la natura, nel suo essere produttiva, mantiene l’estetica del riposo, quella che mette una curva dietro l’altra, che fa scartare l’architettura perché vittima di un pensiero inoperoso e indecoroso. Dietro questi spazi, la quotidianità non ha mai messo in dubbio se stessa, non ha mai cercato di vendersi al fine settimana e ha lasciato che le spiagge e l’acqua rimanessero sepolti invernali e tramonti primaverili. Quello che non conta sono le coesioni familiari, quelle unità che hanno combattuto per esserci e nella sopravvivenza hanno protratto la legge stessa che è morale e mantenimento. E così capita ancora che le storie precedenti si riattualizzino, portando fuori anche una forma di accoglienza che della vita contadina non ha mai fatto sfoggio. Continue reading Vitello sanato: repetita iuvant … Famiglia Tarello

La carne e le sue corti… Roberto Viazzi

Ponti. Piazza Monumento Caduti. Circolo della Pro Loco. Un pomeriggio di un sabato qualunque. Solo uomini, una televisione accesa e una partita a carte. Si aspetta l’evento, il funerale che riunisce buona parte del paese sotto l’egida del campanile. Le donne arrivano azzimate, li attende la sera al circolo, dove sono loro a decidere. Qui il tempo si scandisce semplice e nella semplicità declina le sue persuasioni e le sue perversioni. Dapprima la gentilezza, i padri rimasti con i bambini paciosi che nella bibita trovano ancora un retaggio oratoriale mai tradito tra chiesa e partito, a seguire l’ombra. Qui si svolge la vita di una comunità che non ha nulla da invidiare e che resiste perchè riesce ancora a comunicare la propria diversità. I ciottoli e i colori pastello, in quello che la fortuna di una giornata soleggiata è riuscita a rendere più vivido, ridanno l’idillio dell’ansia verso il piccolo, il contenuto, la maldicenza e l’invidia. Perchè Ponti è serenità e senilità ma non può prescindere dalle logiche di bottega, da quel ventre bilioso che, dietro l’angolo, mette tutto in discussione, soprattutto la carezza. Nel languido passano gli anni senza mai mutare le rughe dei luoghi. Continue reading La carne e le sue corti… Roberto Viazzi