Grani autoctoni, mulini a pietra e forni a legna… Paolo Labita

Alcamo è stata una scoperta in tutte le direzioni, negli sbagli, nelle differenze, nel sudore e in quella compiacenza, stadio fondante e fondamentale, di un’esperienza di Sicilia che non può mai rimanere sulla strada. Deve entrare nelle case, sedersi, prendere il tempo con il caffè, rendersi conto, creare un precedente e non dare mai nulla per scontato. Le relazioni precedenti, il passato, la capacità della diversità e quel ricordo di un tempo in cui tutto era discorde diventano le doti lampanti di qualcosa da cui nessuna apparenza al mondo potrà mai sottrarsi. E così Alcamo riesce a sorprendermi attraverso il calore e attraverso la differenza, scuote la difformità di un destino già scritto e mi regala quelle storie riluttanti che han deciso di non anteporre la vendita. Continue reading Grani autoctoni, mulini a pietra e forni a legna… Paolo Labita

L’Arca dello Jato e la valorizzazione della razza Cinisara… Angelo Fiordilino

Alcamo, terra di bagli, di meloni e di vini. Terra fertile, dove sangue e cultura si sono sempre adeguati in un incontro che non è mai avvenuto. Dallo stille neoclassico alle case di campagna, Alcamo è uno svicolare dal turismo dal naso all’insù, qui si è sempre guardato verso i piedi, verso la concretezza di uno stare che, nel tempo, è stato indipendenza e dipendenza. Le richieste non avverate sono diventate delle imposizioni e, così, quello che resta è un sonnolento popoloso, qualcosa che lascia il centro per dirigersi in colline sterminate, selvagge, ventose, dove gli alberelli e i meloni impongono la sosta, il tempo e la curva, ridando indietro l’immagine di una Sicilia che si colora, diventa verde e fuoriesce dal classicismo delle stagioni. Il paese è un qualcosa che rimane, perché si guarda intorno, le periferie adagiate di botteghe di quartiere continuano a tessere le fila di discorsi consunti e di clientela consueta, quello che c’è fuori, l’eco dei discorsi, rimane ventoso e lontano. E così mi trovo in mezzo ad un agro discosto, dove il riunirsi è, da sempre, un atto medesimo e rituale. Continue reading L’Arca dello Jato e la valorizzazione della razza Cinisara… Angelo Fiordilino

Api nere incrociate alla ricerca di spazi… Salvatore Colicchia

Furnari. Un giro di case basse, villette, costruzioni decostruite e luoghi senza prospettiva si alternano in quell’imbarazzo che tiene ancora a distanza l’artigianato tipico e il luogo riesumato. In una mezza strada tra il diporto e il borgo più bello, questo lato di Sicilia, in mezzo ai collegamenti e con davanti le isole Eolie, è stato percorso da tutti e analizzato da pochi. Qui la gente passa oltre, perché quasi manca l’intenzione. La Fort Lauderdale dai toni pallidi impone le stagioni, prendendo un pezzo di costa dove il passeggero del riposo imposto, lo stesso del sole sulla pelle e del poco sforzo, nasconde il proprio tempo liberato dagli accenti meno danarosi e dalle voci più stentoree. Dietro c’è una cultura che, in quella forma di elevazione sociale dominata dal conto in banca, rimane sempre come un folkloristico da mercatino e da beneficenza. Pittoreschi e personaggi da cena condivisa dove mostrare il proprio compiacimento verso il primitivo, verso quel lato di mondo che è sempre oggetto di una spiritosaggine disdegnosa e impaurita. Qui in mezzo, districarsi è un’operazione coraggiosa e Salvatore Colicchia, insieme alle sue api, da oltre vent’anni, sta provando a trasformare l’apicoltura in una professione. Continue reading Api nere incrociate alla ricerca di spazi… Salvatore Colicchia

Maiorchini, pecorini e un tempo che non è stato abbandonato… Domenico Isgrò

Furnari è uno di quei luoghi della Sicilia a metà strada, in quella collina della Val Demone a cui è stato tolto il fascino della propaganda enologica. Il mare perbenista dei porti turistici a pochi passi, Tindari in bella vista e i Peloritani alle spalle, queste strade curve ricalcano la non esistenza di un paese fagocitato dalle sue frazioni e da una montagna richiesta, dove le tradizione dell’oliva e del pascolo stanno provando ad insistere, a mantenersi al di là delle dilazioni commerciali, quelle che han confuso lo scontrino con il santino, genuflettendo quotidianità ed opportunità. Luoghi come Furnari, soprattutto quando esci dal conosciuto e dal lambiccato, appaiono come una grossa pozzanghera, dove tirare fuori della bellezza è una questione di riflessi e di riflessione. E così arrivare da Domenico Isgrò, non dovendo raggiungere Novara o Montalbano, attiene a quella via di mezzo che non deve necessariamente perseguire il suggestivo decadente. Continue reading Maiorchini, pecorini e un tempo che non è stato abbandonato… Domenico Isgrò

La storia della pasticceria conventuale in mezzo all’incrocio… Maria Grammatico

Erice, dove trovare la nebbia offre quel senso di torvo che in Sicilia diventa imperscrutabile. La solarità del giorno non riecheggia che nei pullman, nelle salite e in quel borgo medievale che ogni tanto prova a lasciarsi andare. La salita è un panorama incostante, i tramonti fenici, le fortificazioni a trecentosessanta gradi e i souvenir gastronomici sono parti dello stesso compromesso che bisogna stringere, attendendo che il paese si svuoti, rilasciando l’eco e l’oro vecchio senapato delle case che rivelano il sole e gli stilemi dei siciliani ripetenti sempre la stessa leggenda. Questo è uno dei borghi più belli, più completi, meglio tenuti, il dubbio non attiene più i pomeriggi, rimane riflesso, perduto, quasi come uno scacciapensieri in un film parodistico, ha “impupato” facce, baffi, coppole e calzari, ha preso il passato trasformandolo nel centro di ogni discussione, fuori dai dilemmi e dalle perplessità. Erice è quella Sicilia che viene ricercata e trovata proprio perché in superficie. Manifesta e lampante come solo il decoro deferente riesce ancora ad essere. Scavando, bisogna cambiare posizione, luce, geografia e incanto, ma è una cosa che concerne la fuga. E così provo anche io a rimanere assuefatto. Continue reading La storia della pasticceria conventuale in mezzo all’incrocio… Maria Grammatico

Marsala: una storia che si rinnova lentamente… Famiglia De Bartoli

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Marsala è il suo territorio, è la bellezza dei bagli e l’incompletezza delle serre di fragole, lo straordinario stupore di una solitudine fiorita, in mezzo a chiese di campagna nascoste dietro palazzi diroccati, e gli ammassi di sale dello Stagnone che guardano Mozia e Favignana. Qui la Sicilia è un’idea realizzata, soprattutto quando il sole non permette altro che l’ozio e le strade ritornano ad essere lontani ovest dove deporre le armi e cavalcare su un’orizzonte privo di un senso geografico. Qui è la contrada a farla da padrone, con il suo chianu, i suoi pozzi e la sua chiesa, quel piccolo centro in mezzo ad uliveti e vigneti che non è altro che territorio, sviluppo del territorio e valorizzazione del territorio stesso. Perché qui ancora si chiudono volentieri gli occhi sulle brutture a vantaggio di un paesaggio icastico e vividamente siciliano, nella sua natura di disinteresse e dominio. Il resto è quel che resta di un barocco punito dai bombardamenti e di un colore rappresentazione calda delle chiese e tenue del vino, tra un castagna e un terra bruciata. Dagli inglesi ai commercianti, dai Florio ai De Bartoli, si sono specchiati e riflessi trecento anni di storia tra industria e artigianato, tra vigne e alcol aggiunto, in quel paradossale che non sarò certo io dipanare. Anche perché ero giunto con la voglia di presente. Continue reading Marsala: una storia che si rinnova lentamente… Famiglia De Bartoli

Rosso di Mazara: l’artigianato del gambero… Paolo e Nicola Giacalone (*scritto insieme a Vincenzo Mineo, profondo uomo di mare)

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Mazara del Vallo è un luogo immigrato ed emigrato, con un guazzabuglio di stili degno di una storia di confine, di un sovrappopolarsi e di uno svuotarsi. Dagli arabi ai tunisini, il tempo sembra essersi bloccato in questa città che dentro la pesca ha infilato per sempre la propria discendenza e la propria formazione. Ma con un al di là, con qualcosa che potesse andare oltre l’imbarbarimento delle città di mare che hanno trasformato l’uniformità dei flutti in brutture architettoniche. Mazara, col vallo o senza vallo, dominatrice o dominata, ha mantenuto fiorite piazze e strade, portici e chiese. Il mare trasparente, che nel verde e nella voglia di fuga ha ritenuto coerente tutta la sua forza propedeutica, rimane lì arrendevole nella previsione di quello che là, in mezzo alla mutevolezza del Canale, diviene dispersione, paura e adesso controllo. Quando guardi il mare, la poesia torna velocemente dentro il cassetto, le onde diventano marosi e il barocco è un’eco lontana di tempo familiare. Trentadue giorni in barca e sette a casa. Il tempo è un’efferatezza che ha solo una fine. E così, al di là del porto, esiste quell’unico artigianato al mondo che forgia il proprio mestiere sul mare e non sulla terra. Continue reading Rosso di Mazara: l’artigianato del gambero… Paolo e Nicola Giacalone (*scritto insieme a Vincenzo Mineo, profondo uomo di mare)

Efri Bar: un cannolo straordinario… Enza Mazara

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Trapani ha tante facce, può essere anche un’assolata periferia in cui avere fretta e trovarsi imballato in una serie di circostanze che non sempre sono risolvibili. Finite le frazioni e lo spazio dedicato ai bagli, la città pone la propria confusione al servizio di una viabilità che non è mai pudore. Qui i negozi sono i principi di un determinismo siciliano che non diventa succube di se stesso. E così si tralascia l’estetica ad una cultura ampia, ad un centro storico riadattato e a un bisogno turistico di cuscusu raffinato; il resto è manifesto solo per pochi, per quegli abitanti che scendono le scale e bevono il caffè sotto casa magari senza accorgersi dello stupore. Perché se è vero che il grande artigianato è grande ripetizione, è sì vero che non si deve dare mai nulla per scontato. E così da una frazione di Paceco dove è nata la mitologia, una donna, di una semplicità sopraffina, ha portato fuori il simbolo delle dolcerie siciliane innalzandolo a meraviglia. Continue reading Efri Bar: un cannolo straordinario… Enza Mazara