I biscotti ricci come li mangiava il Gattopardo… Rosario Brancato

Palma di Montechiaro. C’è una sanità santa che non arriva dal limitrofo ma è circoscritta in questa terra di Stidda, parole impronunciabili e retaggi monastici. Da lontano sembra tutto chiaro, sul diafano osseo, di un’imprecisione liturgica. I campi di grano e gli olivi alle spalle, le distese d’uva e le tane della vergogna rimangono assuefatte ad un territorio che non chiede il conto, per cui i diritti e i doveri sono la stessa cosa, il bianco e il nero lo stesso colore e l’imprevedibilità qualcosa che non è concessa nemmeno una volta, così per caso. Stradine parallele una sopra l’altra, voci basse, afa implorante, porte che si aprono e una situazione icastica che non ha il contradditorio. Palma di Montechiaro, la seconda volta, ha solo chiuso qualche finestra in più. Continue reading I biscotti ricci come li mangiava il Gattopardo… Rosario Brancato

Forno Biancuccia: veramente solo cereali autoctoni… Valeria Messina

Catania. Una giornata ricorrente dove il tempo del porto non è più un’esigenza ma una mostra, in cui rifugiati e murales sovrappongono la propria contraddizione. Oltre il centro, superate le bracerie di carne di cavallo, i palazzi rilucenti e l’industriosità agricola della deterrenza, Catania appare come una terra di conquista, uno di quei luoghi dove sembra possibile l’idea stessa di avanguardia. Sia per il passato necessario e assolutamente traslato dal luogo comune (leggasi Uzeda), sia per il futuro punto di riferimento di un’isola che si è sempre ritorta sul concetto di privilegio, non privilegiando mai il format sacrificio. Ecco, proprio qui, Valeria Messina ha potuto cambiare vita e dedicarsi ad una ricerca. Continue reading Forno Biancuccia: veramente solo cereali autoctoni… Valeria Messina

Pasticceria Russo: com’era, come non è… Maria Nevia, Anna e Salvatore Russo

 

Santa Venerina. Tra Il mare e l’Etna, in una piana rigenerata dalla presenza, architettura signorile, balatuni, portanti in legno e abbandoni edilizi si alternano, non rigenerandosi. Questa è una Sicilia feudale industrializzata, poco inclusa e di un passaggio lacerante. Fortunatamente esposto in orizzontale. Rimane qualche salita ciottolata e un’unica balconata, che si sviluppa per parte del paese dove la chiacchiera è la prima delle sensazioni e il cortile si sposta in mezzo alla strada. Fuori dalla metafora, c’è la solita chiesa mantenuta, quantomeno la facciata, e un conformismo dissacrante che alza e abbassa i toni a seconda della conoscenza. Qui in mezzo, la famiglia Russo prova a portare avanti una storia incompresa. Continue reading Pasticceria Russo: com’era, come non è… Maria Nevia, Anna e Salvatore Russo

Monastero della Badia di Alcamo: bocconcini con la confettura di zucca serpente…

Alcamo è sempre più un luogo cardine di una Sicilia che interessa solo agli agiografi e alle persone che nella reticenza hanno trovato il tempo quotidiano. Nascosta davanti ad una natura irlandese e primaverile, tra rocce, pecore e un vigore che è molto oltre l’immaginazione, l’aprile siciliano è un tornante, un girovagare ed un sentir l’eco. I vigneti cavati, le strade con le buche, i muretti a secco, i ravveduti nascondigli, il mare ancora incellofanato e la sabbia principesca sono dettagli che con il concentrarsi delle stagioni e dei diletti, intenerendosi in un’intimità pudica, si perdono, per lasciare spazio al disordine. E così anche l’Alcamo sonnacchiosa, dove gli artigiani gloriosi possono ancora fregiarsi di un territorio unico al mondo, si rimettono alla vendita come ultima forma di processione. Si saluta il santo, si fanno gli inchini e poi via verso un nuovo letargo. Fermare il tempo di questa Sicilia diventa un principio di pensione. E così, per sprofondare ancora meglio nella virtù, mi rimetto agli sguardi di due monache di clausura… Continue reading Monastero della Badia di Alcamo: bocconcini con la confettura di zucca serpente…

Grani autoctoni, mulini a pietra e forni a legna… Paolo Labita

Alcamo è stata una scoperta in tutte le direzioni, negli sbagli, nelle differenze, nel sudore e in quella compiacenza, stadio fondante e fondamentale, di un’esperienza di Sicilia che non può mai rimanere sulla strada. Deve entrare nelle case, sedersi, prendere il tempo con il caffè, rendersi conto, creare un precedente e non dare mai nulla per scontato. Le relazioni precedenti, il passato, la capacità della diversità e quel ricordo di un tempo in cui tutto era discorde diventano le doti lampanti di qualcosa da cui nessuna apparenza al mondo potrà mai sottrarsi. E così Alcamo riesce a sorprendermi attraverso il calore e attraverso la differenza, scuote la difformità di un destino già scritto e mi regala quelle storie riluttanti che han deciso di non anteporre la vendita. Continue reading Grani autoctoni, mulini a pietra e forni a legna… Paolo Labita

L’Arca dello Jato e la valorizzazione della razza Cinisara… Angelo Fiordilino

Alcamo, terra di bagli, di meloni e di vini. Terra fertile, dove sangue e cultura si sono sempre adeguati in un incontro che non è mai avvenuto. Dallo stille neoclassico alle case di campagna, Alcamo è uno svicolare dal turismo dal naso all’insù, qui si è sempre guardato verso i piedi, verso la concretezza di uno stare che, nel tempo, è stato indipendenza e dipendenza. Le richieste non avverate sono diventate delle imposizioni e, così, quello che resta è un sonnolento popoloso, qualcosa che lascia il centro per dirigersi in colline sterminate, selvagge, ventose, dove gli alberelli e i meloni impongono la sosta, il tempo e la curva, ridando indietro l’immagine di una Sicilia che si colora, diventa verde e fuoriesce dal classicismo delle stagioni. Il paese è un qualcosa che rimane, perché si guarda intorno, le periferie adagiate di botteghe di quartiere continuano a tessere le fila di discorsi consunti e di clientela consueta, quello che c’è fuori, l’eco dei discorsi, rimane ventoso e lontano. E così mi trovo in mezzo ad un agro discosto, dove il riunirsi è, da sempre, un atto medesimo e rituale. Continue reading L’Arca dello Jato e la valorizzazione della razza Cinisara… Angelo Fiordilino

Api nere incrociate alla ricerca di spazi… Salvatore Colicchia

Furnari. Un giro di case basse, villette, costruzioni decostruite e luoghi senza prospettiva si alternano in quell’imbarazzo che tiene ancora a distanza l’artigianato tipico e il luogo riesumato. In una mezza strada tra il diporto e il borgo più bello, questo lato di Sicilia, in mezzo ai collegamenti e con davanti le isole Eolie, è stato percorso da tutti e analizzato da pochi. Qui la gente passa oltre, perché quasi manca l’intenzione. La Fort Lauderdale dai toni pallidi impone le stagioni, prendendo un pezzo di costa dove il passeggero del riposo imposto, lo stesso del sole sulla pelle e del poco sforzo, nasconde il proprio tempo liberato dagli accenti meno danarosi e dalle voci più stentoree. Dietro c’è una cultura che, in quella forma di elevazione sociale dominata dal conto in banca, rimane sempre come un folkloristico da mercatino e da beneficenza. Pittoreschi e personaggi da cena condivisa dove mostrare il proprio compiacimento verso il primitivo, verso quel lato di mondo che è sempre oggetto di una spiritosaggine disdegnosa e impaurita. Qui in mezzo, districarsi è un’operazione coraggiosa e Salvatore Colicchia, insieme alle sue api, da oltre vent’anni, sta provando a trasformare l’apicoltura in una professione. Continue reading Api nere incrociate alla ricerca di spazi… Salvatore Colicchia

Maiorchini, pecorini e un tempo che non è stato abbandonato… Domenico Isgrò

Furnari è uno di quei luoghi della Sicilia a metà strada, in quella collina della Val Demone a cui è stato tolto il fascino della propaganda enologica. Il mare perbenista dei porti turistici a pochi passi, Tindari in bella vista e i Peloritani alle spalle, queste strade curve ricalcano la non esistenza di un paese fagocitato dalle sue frazioni e da una montagna richiesta, dove le tradizione dell’oliva e del pascolo stanno provando ad insistere, a mantenersi al di là delle dilazioni commerciali, quelle che han confuso lo scontrino con il santino, genuflettendo quotidianità ed opportunità. Luoghi come Furnari, soprattutto quando esci dal conosciuto e dal lambiccato, appaiono come una grossa pozzanghera, dove tirare fuori della bellezza è una questione di riflessi e di riflessione. E così arrivare da Domenico Isgrò, non dovendo raggiungere Novara o Montalbano, attiene a quella via di mezzo che non deve necessariamente perseguire il suggestivo decadente. Continue reading Maiorchini, pecorini e un tempo che non è stato abbandonato… Domenico Isgrò