Una denominazione per il formaggio di capra orobico?… Federica Cornolti

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Ponteranica è una ridondanza bergamasca come tante altre. Non ci sono motivi per venire e non ci sono motivi per andarsene. Chi nasce lì, di solito resta lì. Con le classiche fughe universitarie, con il lavoro fuori mano, ma con la giusta voglia di una campagna addomesticata in mezzo al Parco dei Colli. I tetti ruggine, le strade strette in salita, i terreni controllati e le cene a sole calante riescono a caratterizzare il quotidiano sotto forma di orografia, di quell’acqua fondamentale e straripante in hinterland, già tenutari di almeno una montagna. La bergamasca è un territorio molto partecipato e poco incline ad offrirsi, qui, in queste lande, tra i valichi alpini e i bassi e nebbiosi cascinali, il formaggio di capra è diventato quasi una religione. I decani Battista Leidi e Gianni Mosca hanno formato un manipolo di studiosi della materia, insegnandogli il mestiere dell’allevatore e quello del casaro. Giovani che hanno scelto, che si sono laureati e che hanno deciso di ritornare alla terra con dedizione e fatica. Federica Cornolti, in questo gruppo, rappresenta la leggerezza. Continue reading Una denominazione per il formaggio di capra orobico?… Federica Cornolti

Il cacao del delta del Mekong (featuring Marou)…

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Can Tho, My Tho, Ben Tre. Il delta del Mekong in tutta la sua ampiezza di strade uniche senza perpendicolari, case, baracche, sedie di plastica, amache e dietro una profondità abissale, dove si aprono corsi d’acqua che si richiudono subito tra palme e bambù. Nel loro casino esistenziale, anche la natura non poteva prendere altri tratti e così immergersi in questa proto-giungla, dove la frutta ti cade in testa e dove le maree tolgono acqua e portano sabbia, è qualcosa di intimamente legato alla fortuna… di trovare qualcuno che ti ci faccia penetrare, spiegandoti le direzioni e la viabilità di un luogo dove compaiono case, ponti, motorini e strade ma dove è impossibile ritrovare una destinazione abbandonata. Qui gli alberi da frutta imperano lavorando sul subliminale e sul riflesso condizionato. Non ce la fai, vorresti mangiare tutto, farti tagliare i jack fruit al momento, lasciarti sorprendere dal cromatismo della pitaya, aspettare che i mango maturino e le noci di cocco diventino arancione. È un luogo inquinato, sudato e meticcio, da cui andarsene diventa una profonda forma d’ingiustizia. Continue reading Il cacao del delta del Mekong (featuring Marou)…

Tam Coc, Hanoi, Ha Long (Vietnam del Nord)

Troppi giorni in città, col caldo, sbiadiscono la retina e così il richiamo della campagna diventa troppo forte. Tam Coc, Nin Binh, i villaggi galleggianti e l’antica e ormai dismessa capitale di Hoa Lu rispondono perfettamente all’esigenza. Stanze di bambù, pagode costruite sopra ponti di pietra, coltivatori di riso alle spalle di formazioni di roccia calcarea e barcaioli con i piedi che ti trasportano sotto le grotte e in paesaggi che nemmeno i curatori di Anime sono mai riusciti a trasporre. La campagna in un’essenza memorabile, irritante per quanto non rispettata e placida nel suo sciabordio di acqua che risale in superficie in mezzo a pescatori improvvisati. E qui ci si viene anche per mangiare la capra e così non posso fare altro che adeguarmi e assaggiarla in tutte le salse. Continue reading Tam Coc, Hanoi, Ha Long (Vietnam del Nord)

Hoi An e Huè (Vietnam Centrale)

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Il Vietnam centrale ha la guerra marchiata a fuoco e una vergogna inestirpabile che turisti americani e francesi non sembrano portarsi dal passato. Qui hanno mangiato e cacato senza scrupoli, prima gli uni poi gli altri, hanno schiavizzato, devastato, dileggiato e saccheggiato, han mostrato la parte peggiore della dissidenza alla pace e dell’abbandono in mezzo ad un’umidità diventata disprezzo, follia e accanimento. Hanno infierito contro la voglia di non evolversi, sganciando bombe su cittadelle imperiali e “insegnando a lanciare napalm sulla gente”. Epitome dell’educazione occidentale: “non gli hanno lasciato scrivere cazzo sui loro aerei perché è… osceno”. Così il servilismo dopo pochi anni si è arreso nuovamente al mito e l’occidente è diventato l’ennesimo modello di perdizione e usura… anche all’interno di un’identità comunista. Ma il Vietnam centrale è rimasto la storia dei templi (My Son) delle minoranze Cham, piccole Angkor scrostate tra fiumi e vento, le passeggiate tra le lanterne di Hoi An e le straordinarie pagode della vecchia capitale. Continue reading Hoi An e Huè (Vietnam Centrale)

Saigon e il delta del Mekong (Vietnam del Sud)

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Un rumore di fondo prepotente, senza attese, in una vastità in cui la natura ha sempre sopravanzato le possibilità dell’uomo e le sue cure. Eppure ci sono ancora degli sguardi intatti capaci di sorprendersi per il fatto di essere lì, in quel momento, come unico e indissolubile rappresentante di un esistente. E così i migliaia di kilometri di costa si sviluppano attraverso cambiamenti climatici e facce più sicure. Rinvengono, nelle zone turistiche, i procacciatori d’affari, fastidiosi sì, ma solo perché avvezzi a villeggianti incapaci e puerili, vittime consapevoli di un refrain che non diventa mai strofa, complessità e problema. Li vedi placidamente mettersi in coda e, lì, provare fastidio per il ronzio. Perché lì tutto è in vendita. E io mi sono accorto finalmente di poter essere un buon target, di poter col sorriso far parte di un bel segmento di mercato. Continue reading Saigon e il delta del Mekong (Vietnam del Sud)

Giova: una piccola gelateria con una possibilità… Giovanni Lettieri

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Milano. Corso Indipendenza, zona Risorgimento. Una Milano bene degradata dall’incuria e dalla contemporaneità degli occhi chiusi. Tra bivacchi e liberty, il tocco di raffinatezza brilla tra i marciapiedi e le facciate mentre dietro agli alberi si nasconde quel pruriginoso che fa male, che non è lascivo ma solo più struggente. Il dileggio borghese tiene da parte cantieri e playground, alberghi fatiscenti e case Aler rivendicate che, in quel laboratorio sociale di convivenza possibile, sono l’anima popolare di chi sta cercando di ridarsi un belletto, di guardare verso le Porte per trovare un po’ di confidenza, una mano tesa e un locale alla moda. Si parte dai negozietti, alla ricerca di quel popolo yuccie da tavolozza creativa e da affitto sempre pagato. E così si cedono i tempi a una gioventù che si è dimenticata le tavole fredde e le edicole, i bar tabacchi e le salumerie, che vede latterie e balere come l’ultima delle scoperte, non accorgendosi di lucrare quel po’ di nazifascismo che c’è in ogni ritorno al popolare. Qui la gentrificazione ha avuto successo e il residuato bellico del quartiere ha quell’accento imprescindibilmente milanese che ormai senti come macchiettistico. I nativi son tornati nelle riserve. Continue reading Giova: una piccola gelateria con una possibilità… Giovanni Lettieri

Al Berlinghetto: salumi bresciani da filiera raffinata… Luigi Bellini

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Berlingo. Bassa Bresciana. Un luogo indefinito fatto di frazioni e case basse, dove la quotidianità è l’unico reale legame con un territorio produttivo e vicino. Questa non è terra di compromessi e di fantasie, qui si guarda al concreto, all’oggi, a quella cena da mettere in tavola e alla sveglia presto la mattina, i sogni sono stati incubati in un modello di canali di bonifica e di fontanili, cascine a corte chiusa e quello spazio intimo limitato e limitante. Qui la Chiesa è il cardine della crisi, qui non si dirime, si tiene dentro, si spera e si nasconde, in quella convergenza territoriale che di questi luoghi ha riempito l’Italia. Paradigma di una pianura inscalfibile e profondamente benpensante, gli olezzi si nascondono sotto terra, gli insilati nelle bocche degli animali e i profitti sotto il materasso. Prima o poi, qualche traccia di rivoluzione sarebbe dovuta apparire sotto le suole spesse delle scarpe grosse, qualche cervello fino si sarebbe dovuto necessariamente scontrare contro l’ancien régime per provare un gusto meno sobrio. Ecco, Luigi Bellini incarna alla perfezione una rivoluzione reazionaria. Continue reading Al Berlinghetto: salumi bresciani da filiera raffinata… Luigi Bellini

Agli albori della panificazione e della ricerca… Daniele Astori

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Coccaglio. Classico paesone del bresciano, alle pendici del Monte Orfano, un pelo fuori la Franciacorta, non del tutto bassa. La collina s’intravede e prende possesso di un luogo che ha mantenuto una struttura contenuta, degli abitanti dialettali e un’insofferenza al nuovo che dall’alto è sempre sotto l’occhio vigile ed estetico del convento della Santissima Annunciata, che lì rimane come un privilegio. Di là la ricchezza, le degustazioni, le gite in mezzo ai vigneti e verso le funamboliche passerelle sulle acque, di qua una concentrazione di selvatico e di vita di paese, dove trarre forza non lasciandosi ingannare dall’ispirazione. Perché nessuno è profeta in patria in paesi come questo, bisogna guadagnarsi ogni grammo di innovazione, figurarsi l’emblema di una pre-rivoluzione ai tempi dell’onnivora e non curante assimilazione di cibo. Qui, fuori dagli schemi è uscito Daniele Astori, che ti aspetteresti sfuggente e predicatore, e ritrovi profondamente legato alla sua professione e alla sua materia: il pane. Continue reading Agli albori della panificazione e della ricerca… Daniele Astori