Val Rendena: erbe selvatiche, danze macabre e condivisione

Luoghi contaminati, dialetti randagi e un autunno che arriva presto, a cui bisogna fare attenzione, a cui non si scappa. Per certi versi fatata, questa valle, nella sua antropizzazione, non ha avuto troppi riguardi, le costruzioni e le strade tagliano senza impietosirsi, l’ampiezza gioca a loro favore, le valli laterali han mantenuto intatto il proprio senso d’antagonismo, quel sostare emancipato che non da tutti è visto di buon occhio. La Val Rendena è la valle degli arrotini erranti, degli scultori erranti, delle erbolaje erranti in mezzo alle radici, degli orsi erranti di cui si parla soltanto (e solo di questo) fuori stagione, dell’assenza di confini sociali, temporali e spaziali, dell’organizzazione diacronica che non fa discriminazione tra barbe, volti imberbi, gomiti alzati e sguardi primitivi. Quando cala la notte, ci si ritrova, non potendo guardare attraverso. I fantasmi sono lì, rimangono ancorati nei lunedì mattina, in quell’abitudine che è ripetizione glaciale dove tutti perdono storie e prendono epopee. Luoghi come il Moleta, come i bar dissepolti e notturni, come i miracoli del Togno e gli anfratti terapeutici delle sagre di frazione, rubano il raziocinio urbano, sospendono l’incredulità e fanno osservare. Senza troppi fronzoli e senza troppe provocazioni. L’ironia è una struttura cittadina, come lo stupro, qui si parla schietto, i fronzoli pendono dai vestiti, la montagna adombra e le luci accese sono ancora una forma di patriottismo. Continue reading Val Rendena: erbe selvatiche, danze macabre e condivisione

Distillati di radici in una montagna evanescente… Marisa e Patrizia Boroni

Spiazzo Rendena. Valli ampie, miracoli, corti chiuse, stagioni lunghe e inossidabili, di una convergenza contadina che lentamente si è scrollata la terra dalle mani, abbandonando la storia degli arrotini (moleta) erranti, stanziatisi in luoghi meno abissali dalla vendita più urbana, dei segantini e degli allevatori, e conducendo i topolini metropolitani verso l’imperiosa bellezza in cima alla valle, dove le Dolomiti di Brenta spazzano via tutto, ubbie e prolissità. Bisogna rimanere sulla strada principale, divincolarsi dai vizi invernali e provare a ridare alla montagna quello che lei ha tolto, in una forma di giustizia comparativa contraddittoria, dove la trasformazione è ancora mantenimento, calore e soprattutto conservazione, degli elementi, delle specie e della specie. Qui, oltre i bicchieri di grappe aromatizzate, le sorelle Boroni stanno portando avanti uno di quei posti per cui vale la pena… Continue reading Distillati di radici in una montagna evanescente… Marisa e Patrizia Boroni

Aziende agricole in trasformazione… Riccardo Collini

Spiazzo Rendena. Un guazzabuglio di frazioni indipendenti, strappate e assolutamente slegate. Ognuna con le proprie tradizioni e secondo le proprie possibilità, si aprono corti affrescate con nasoni satirici e rimandi ironici ad un’arte rustica di una popolarità primigenia, fatta di sepolture e di canditure. La stravaganza attorniata da lavatoi e case fuori luogo cade nel silenzio che guarda la valle di Borzago, i suoi orsi e quell’ascetismo magico che da queste parti si tiene lontano dalle pose e dalle contraddizioni. La necessità rurale ha colto esattamente l’inganno della carcassa turistica, quella che illude, già spolpata, per pochi mesi di diletto e accenti sfacciati e consumistici. Prendere senza donare, la Val Rendena, con le sue propaggini più smaccate e con quelle che ancora riescono bene a mantenere nascosto il tempo, si stringe attorno ai passi, ai passaggi e alle valli laterali, si veste a festa e si fa ricadere in un autunno nostalgico, dove la verità diviene la percezione, dove entrare in un bar porta con sé significati epici e una storicità degli sguardi. Si spia una società diacronica, volti avvizziti e imberbi seduti allo stesso tavolino, nella stessa discussione, paesaggi umani dove le donne e gli uomini si sono garantiti nelle rispettive posizioni, comprensioni per cui servono almeno ventiquattrore, quelle utili alle persone per completare la propria giornata, fatta di giornali, incontri, bevute, giochi e diseguaglianze. Qui si vivono ancora i paesi, le frazioni, gli edifici. Le persone sono solo un tramite, un sentiero traverso… Continue reading Aziende agricole in trasformazione… Riccardo Collini

Trasformatori ittici in aziende agricole diversamente produttive… Fratelli Armanini

Storo. Terra di confine di un Trentino appena accennato ma già consorziato. Coltivazioni nascoste di granoturco e cooperative di trasformatori e molitori che nel mais nostrano locale ci hanno visto una possibilità molto oltre la povertà di una polenta, le bramate da macine a pietra e la difficoltà di commercializzazione del prodotto. Qui ci sono centinaia di piccoli agricoltori e una sola farina. Potere di fare squadra, di guardare un Trentino meno turistico, di sapersela raccontare giusta e di non mostrare fino in fondo gli ettari coperti… 300 tra la valle del Chiese e il Bleggio, dove hanno pensato bene di non voler rimanere fuori dai giochi. Una conca alluvionale dove la coercizione dei boschi è definita da tagli netti e la presenza del sempreverde inizia ad allargare le frontiere di una Lombardia sprangata, in cui il cupo non può essere altro che uno stato d’animo da tralasciare. In questi luoghi, trote e salmerini han sempre rappresentato la ricerca di montagna e qui la famiglia Armanini, negli anni ’60, ha cominciato il suo percorso. Continue reading Trasformatori ittici in aziende agricole diversamente produttive… Fratelli Armanini

Maso Plaz: agricoltura sinergica e massima biodiversità… Alois Margesin

Brez. Divisioni di frazioni in una territorialità rarefatta, che tra qualche anno non è detto che esisterà ancora. I frutteti cominciano lentamente a lasciare spazio a quei boschi dove l’ancestrale è disgiunto e l’impossibilità di redigere il filare mantiene distante il desiderio di catena di montaggio. Si percorrono un paio di curve, si raggiunge un altopiano puntellato da qualche campo di segale, si chiudono le bestie da latte nelle stalle, perché il Trentingrana è tanto fondante quanto il meleto, e inizia ad insinuarsi qualche montagna sopra i mille metri che corrobora quel po’ di abbandono che renderebbe un po’ tutto più fascinoso. L’inaspettato è oltre l’inganna occhio, è un sepolcro pre-primaverile, dove gli scheletri lignei avvolgono cancelli chiusi e lo stagnante è pronto per riaffiorare e rifiorire. Non attendendo il tempo delle visite, le cantine si riempiono di muffe e si nascondono le inettitudini per non dover spiegare l’assenza della neve e di un turismo dilapidato nell’interdizione. Trovare un giardino di biodiversità assoluta è un atto di fede che lentamente può anche prescindere dai racconti. Continue reading Maso Plaz: agricoltura sinergica e massima biodiversità… Alois Margesin

Roatnocker: un maso alla fine del mondo… Georg Weiss

Senale-San Felice. Alta Val di Non o Nonsberg. Frontiera Nascosta. Qui in mezzo c’è una sottile linea rossa che separa la cultura romanza trentina dalla cultura tirolese altoatesina. L’ordine di St. Felix si trasforma(va) nella flessibilità di Tret (frazione di Fondo), la chiave di lettura rimaneva nel potere e non nella cultura. Le idee, la lingua e il linguaggio sono rimasti strumenti insondabili per provare ad entrare nell’etnicità del luogo che non si scompone nella natura ma nell’ideologia. La verità ancestrale, da una parte, e la discussione, dall’altra, il maso chiuso contro il maso aperto, una società patriarcale sprangata contro l’adattabilità della specie. Il confine flessibile di oggi, che ha rivoluzionato quello degli etnografi Wolf e Cole, rimane sempre una barriera dal punto di vista linguistico. Uno scontro che nessuno dei due limiti è riuscito a far suo: le frontiere sono rimaste frontiere, nessuna delle due regioni è stata inglobata nell’altra. Non è avvenuto quello che solitamente avviene sul confine. Ognuno ha mantenuto – nel tempo il Trentino è diventato più malleabile agli spostamenti e l’Alto Adige ai conferimenti del latte – e il tempo dei masi è rimasto un’attinenza contadina e familiare da una parte e una spartizione fuori tempo massimo dall’altra. Una giornata a cavallo della frontiera, avanti e indietro, salendo e scendendo, dove la cultura ha imposto la prima delle sue discrepanze nelle coltura: in Trentino si producono mele, in Alto Adige boschi. 800 abitanti, due comuni uniti, poi separati, poi disuniti e poi di nuovo uniti, Senale e San Felice sono villaggi che ruotano attorno ad una piazza e ad una chiesa, dove una miriade di particolarità è intervenuta nel tempo per rendere uguale l’abitudine alla tradizione. Continue reading Roatnocker: un maso alla fine del mondo… Georg Weiss

Viti e meleti possono salvaguardare il territorio… Valerio Rizzi

Cloz. Terza sponda della Val di Non, dove la Melinda è reggente unico, autoritario e ormai indulgente. Un territorio consorziato a partire dalle facce, in cui l’ingerenza industriale ha solo mostrato un volto più affine alla natura e l’uomo ha imposto il suo unico credo: filari, pieno vento e fusetto. Il meleto non ha dato scampo quasi a nessuno, la monocoltura, intervallata da qualche vigna di Groppello, rappresenta, senza maniera, il postulato di un luogo che ha svenduto i gelsi a causa delle malattie e ha preso le potature e le serie come forma di rinascita. Seimila agricoltori consorziati e denominati. Operai delle colture che al posto delle catene di montaggio mandano avanti indifferentemente una regione all’interno di una regione. La Val di Non come l’Alsazia come il Bacino della Ruhr, imposizioni umane… troppo umane. Fabbriche di frutta che hanno ripudiato da tempo il paesaggio, prima di tutto, e l’individualità, in seconda battuta, non dimenticando nemmeno per un istante le mode. E così il biologico si è insinuato negli arrovellamenti dei carri armati consorziati, cominciando a produrre le prime gemme molto al di là dell’imposizione territoriale. Da qui parte la nostra storia… Continue reading Viti e meleti possono salvaguardare il territorio… Valerio Rizzi

Le donne, l’alpeggio e il tempo condiviso… Mandra Schennach

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Valdaone. Malga Stabolone che è appena diventata Malga Rolla. Approdi antichi e lontani di fiumi, laghi e cascate che diventano improvvisamente val di Fumo intatta, dove il selvaggio richiama solamente la caccia di selezione e il tempo speso ad aspettare l’improvvisarsi dell’animale. Qui ci sono postazioni, altane fisse e una sfida alla natura che diventa analisi e roccia. L’attesa e l’etica sono richiami di una solitudine che non può essere prevaricata, qui la montagna diventa assioma, sussistenza e cadavere, qui il tempo non concede margini di errore, cervi, camosci e caprioli sono presenze erranti di una foresta che nella sfida per la sopravvivenza ha sempre nascosto il proprio motivo. Animali addomesticati e animali selvatici, funghi porcini e salvia spontanea, ogni curva segna il passo di un fraintendimento che non può essere messo su carta bollata, che non può essere messo in comunione con una borghesia urbana civilizzatasi al di qua della ruralità e del buio invernale. La stanzialità che ha reso l’uomo Uomo non ha mai attecchito del tutto nelle anime più montane, e così transumanze, spinaci di malga, alpeggi e cacciatori han sempre invaso il tempo dopo la riflessione, quello di un’azione macabra o di un’azione scalza, quelle che prevengono da altri problemi e che portano sulle tavole affumicati e profumi di rododendro e ginestrino, in formaggi scremati dalla povertà dell’abitudine. Questi sono luoghi di malghe e di leggende, qui c’è il lavoro invernale e quello estivo. E così la storia di Mandra Schennach diviene riassuntiva di un linguaggio. Continue reading Le donne, l’alpeggio e il tempo condiviso… Mandra Schennach