Frutti di bosco in una pianura recuperata… Emiliana Bertoli

BERTOLI

Pontoglio. Cento metri al di là della provincia bergamasca, questa è già una pianura più convinta, una bassa da cavalcavia che già comincia a dar mostra di sé. Case pastello, un ponte eponimo, delle fabbriche in mattoni testimonianza di un tempo di lavori coatti e di principi architettonici che trovavano il bello anche nella fatica, tanti restauri e rifacimenti, rughe messe sotto scacco dalle solite amministrazioni senza retaggi, una piazza, una chiesa, un po’ di acciottolato che non fa mai male e quei tre-quattro cento metri molto più che accettabili ma facilmente indistinguibili, perché i paesi sui fiumi, dall’800 in poi, hanno avuto funzioni chiare, produttive e taumaturgiche. Ciminiere e campanili, tempo occupato e tempo libero, la fede come missione, la famiglia come condivisione e il silenzio come educazione. E così qualcuno doveva provare a fare un po’ di agricoltura diversa, un po’ di artigianato di frontiera oltre quel limite dato dalla convenzione di stare in un paese di pianura. Continue reading Frutti di bosco in una pianura recuperata… Emiliana Bertoli

L’olio come sguardo sul mondo… Agostino Sommariva

sommariva

L’altra Albenga è un luogo meno fugace, con del tempo da spendere e un’attrazione verso il mare che lascia tranquillamente da parte le spiagge. Qui si coltiva di tutto, tra serre e campi aperti, il verde è una sublimazione di un lavoro che nel colore trova la sua soddisfazione più grande. Basilico, aneto, pale di fico d’india inattese, cespugli di erbe officinali, olivi, asparagi, carciofi, zucchine e fave, in mezzo ad un susseguirsi di fiori e di recisioni, di principi di vendite, di orchidee al caldo e di quel sistema di cura che tradisce se non spiegato. E così ci pensa Paolino, il cui sorriso si apre a meraviglia appena messa a tema la parola fiore, che ruota vorticosamente tra le sue serre alla ricerca della sorpresa, dell’improbabile e del commestibile. Crescioni, lemon grass, nasturzi e margherite, la riviera, nella sua anticamera prima delle fosche valli che inumidiscono turgori e voluttà, si apre nell’impossibilità di rimanere soli. Un ligure deve tradurre in ligure un ligure per far sì che il forestiero trovi una dimora che si fermi prima di quel luogo comune che appiattisce il senso. Luoghi come questi diventano prodigiosi grazie alle persone che hanno ancora voglia di raccontarli, prevenendoli dalla vendita. Agostino Sommariva è una di queste persone. Continue reading L’olio come sguardo sul mondo… Agostino Sommariva

Bibite territoriali e un non luogo… Matteo Borea e Pierangelo Rossi

borea

Albenga. Quella terra di mezzo che è più residenza che vacanza, volti scanzonati che si riconoscono per le strade e raccolte fondi che guardano il turista e lo vedono più restio a rimanere. Questo è il classico paese di caruggi e persiane verdi ma con un’identità più protetta, meno abbandonato alle spore della conquista e ancora meno al grido del miracolo come forma di apertura al mondo. Adesso che i milanesi si son stancati di riportare a casa il ragazzo selvaggio per dirozzarlo a dovere e farlo scoprire al mondo, luoghi come Albenga rimangono meno manifesti, più vocati a mostrare chieste stupefacenti, giardini immaginifici e cieli poco tersi. I negozi han deciso di non vendersi l’anima dall’ingresso e così le insegne che li rappresentano mantengono tutte lo stesso stilema, un po’ storico e un po’ rispetto. La spiaggia è un’attrazione che si è persa, che è stata schiavismo e che adesso è segregazione. Per conservare dignità e non identificarsi sempre con il pezzo di focaccia da portare a casa a fine weekend per gli strilli di una cena tra borghesi esausti, Albenga (ma andrà nel capitolo secondo: La Vendetta ndr) ha mantenuto ancora uno straordinario artigianato di sistema e di territorio. Qui in mezzo è rimasto anche spazio per qualche novità. Continue reading Bibite territoriali e un non luogo… Matteo Borea e Pierangelo Rossi

Leggendari confiseur italiani… Pietro Romanengo

ROMANENGO

Genova è un atriaorto del sud del mondo accidentalmente gettata sulle rive della Liguria. Quegli odori, quelle urla, quei volti, quelle tradizioni, quel mangiare di strada, quegli acciottolati, quei caruggi e quelle crêuze sono incidenti non casuali di una maniera mediorientale di guardare il mondo, di intendere il centro, il negozio e il suo mercanteggiare. Senza divisioni. La passeggiata è già una compravendita. I monumenti possono rimanere stabili e nascosti, l’interesse non sarà mai una contemplazione, almeno da queste parti, in questo modo di intendere il mare come una beatitudine e un consumo, come qualcosa d’individualmente presente, e la natura delle cose sarà sempre scrostata, libidinosa e ironica. Non ci si può nascondere tra le crepe, bisogna uscire fuori e dimostrare di possedere una delle città più incredibili del mondo. Guazzabugli di anime talmente differenti da non avere alcuna direzione, qui si scoprono pudori e tradizioni che riportano verso le navi e verso il passato. I mercanti non si son mai profumati e così chi è arrivato fino ad oggi o ha una storia o è senza patria. Continue reading Leggendari confiseur italiani… Pietro Romanengo

Conservare le proprie radici… Stefano Franzi

franzi

Olgiate Comasco ovvero dove le colline moreniche ci sono ma non si percepiscono. In quella provincia comasca che, nel tempo, ha perso identità costruendo rotonde e rettifili. I palazzi storici restano adombrati dai centri commerciali e dalle gelaterie “hai 30.000 euro? Te li faccio investire io”, certo rimangono delle ville nascoste con i loro parchi, dove l’apoteosi aristocratica è diventata borghesia imprenditoriale e si è trasformata in location per cerimonie e conferenze, ma non son più che raffinata tappezzeria. Da queste parti le pinete definiscono e ostruiscono, fanno sognare i tifosi e sono emblema della fuga dalla metropoli. Ma è tutto molto affettato, quasi esplicito. Non ci sono più morali e non ci sono più nevralgie, le nebbie non affascinano più, danno solo fastidio e generano tamponamenti a catena. L’eterogenesi dei fini è l’unico dogma ridondante e a sfinimento mi ripeterò: in questi luoghi il dovere artigianale è una delle poche rivincite che il territorio dovrebbe pretendere. E così la famiglia Franzi, da molti anni, sta provando a portare avanti il proprio discorso. Continue reading Conservare le proprie radici… Stefano Franzi

Castagna essiccata nei tecci: la rappresentazione della decadenza

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Calizzano è una rotta impossibile, quasi isolata, è un luogo casualmente ligure a due passi da un Piemonte più che operoso. Qui il selvatico resta selvatico e la struttura delle persone è una faccenda che non si può risolvere in un’identità. Ogni paese e ogni frazione hanno i loro idiomi, le loro scorrettezze, la loro voglia o impossibilità di aprirsi ad un mondo che li richiede e che li richiude. Come se non ci fosse altro che un unico motivo, quel motore che spinge fino a queste curve, tra i boschi di Murialdo e Calizzano, in quell’incomprensione montana che ha nascosto le persiane verdi e i muri tenui-pastello. Perché qui gli anni edilizi li hanno subiti e a scuola si è continuato ad andare percorrendo i sentieri e portando giornalmente un ceppo di legno a testa per scaldare l’edificio. L’isolamento ha caratteri endemici impossibili da trasportare e impossibili da trasmettere. Si rimane qui, tra porcini e castagne, come se non ci fosse mai un domani a venire in soccorso. Perché chi cerca la pace, trova la pace, i ghiri mangiano i libri, le “boscoteche” permettono l’estraniamento, i pazzi in bicicletta trovano il loro profeta delle piste in mezzo agli alberi e chi ha ancora un minimo di pudore, per provare a mettere fuori la testa da quella Val Bormida battuta e beata, si è accorto che l’unicità ha portato molti viandanti fuori dalla porta. Ecco, uno di quelli che ha capito le regole della comunicazione è stato Giuseppe (Raffaele) Corrado. Continue reading Castagna essiccata nei tecci: la rappresentazione della decadenza

Cà dei Baghi: la precisione della frutta… Famiglia Valcanover

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Bosentino. Un fondo valle appena diventato montagna, di fronte al lago di Caldonazzo, con quei momenti pedemontani che richiamano anzianità da tutta la regione. Luoghi placidi di coltivazioni di mele e di granoturco, con la Valsugana appena fatta fuori in quei retaggi da sfruttamento tenue che il Trentino cerca sempre di far dimenticare. Perché qui è tutto geometricamente roseo, il candore è la maschera d’eccellenza di una mattina e di un’estate che non può mai essere disillusa, qui gli alpeggi sono abbastanza distanti e così le piste da sci. Lavarone, Lagorai e Folgaria sono richiami solidi almeno tanto quanto il lago, ma la distanza provoca sempre urticanti idiosincrasie e così Bosentino rimane vagante tra bellezza e richiamo. Qui fare l’artigiano è una redenzione sulla strada della cooperazione. Quando i prezzi scendono troppo, quando consorziare il proprio prodotto significa dividere la minestra in due o tre, la soluzione è quella di provare a fare da sé, sapendo benissimo di dover trasformare il pregiudizio in critica e la critica in ammirazione. E così la famiglia Valcanover è passata da una padella ad un regalo e da un regalo ad una lotta all’ossidazione… Continue reading Cà dei Baghi: la precisione della frutta… Famiglia Valcanover

Mostarde originarie… Emiliano Bedogna

ZUCCHE ORNAMENTALI

Guastalla, estremo lembo della provincia reggiana. Qui sei sempre uno straniero in patria. Per gli abitanti di Reggio sei un mantovano, per quelli dall’altra parte del Po un emiliano senza terra. Ecco lo stato apolide dove le vacche rosse reggiane recitano la pantomima del proprio latte e della propria particolarità, nascosta dietro muri di insolvenza e di proditori racconti e dove la produzione è una continua filiera. Ma fortunatamente posso lasciar perdere il pomeriggio assonnato di un mezzo sofisticatore dal Parmigiano afoso e dedicarmi ad un dialetto che mi rende afono e a quel centro storico a metà tra i Gonzaga e il Liberty che i colori pastello si son presi, rendendo tutto un po’ più fiabesco, soprattutto nell’assenza da calura estiva. Qui ci sono anche strade che dirimono indicazioni geografiche protette e terreni in discesa verso il grande fiume che hanno da sempre determinato le principali colture. Che non sono mai cambiate, che rappresentano la povertà di tempi e di terra. Perché la disillusione verso una fuga che possa portarci verso il capello impomatato e il destino da rocker da balera è sempre dietro l’angolo. Basta continuare ad osservare, chiedere e osservare. Continue reading Mostarde originarie… Emiliano Bedogna