Confetti… simbolo, dolcezze ecc…? No… Cacciato per troppe affermazioni o per troppe domande? (ovvero specchietti per le allodole)

Varese. Una città con vari doppi sensi, tante precauzioni e una borghesia troppo spesso data per impellicciata e trovata per impelliciata. Reazionaria, di quella forma scomoda che guarda solo i piedi, e uggiosa, di quella comunicazione talmente razionale che non ha bisogno di molte parole. Tra il carino e l’umido, tra i laghi, le frontiere, le valli e le montagne basse, questi sono luoghi in cui risiedono i residenti, passano i pellegrini, gli animi lacustri e i tetragoni, e non rimane altro che affidarsi ad una quotidianità produttiva che delle facce ritorte ha fatto un credo.

E così ho preso una tranvata in faccia…

Primo errore, ho avuto poca pazienza. Secondo errore, ho rintracciato l’indirizzo su Google cliccando banalmente Brusa confetti. Terzo errore, sono andato all’indirizzo giusto ma non ho cercato con attenzione. Quarto errore, ho visto un cartellone pubblicitario che indicava in calce il nome della traversa da dove ero appena venuto via perché non avevo trovato nulla. Quinto errore, sono entrato, ho visto dei confetti e mi sono convinto.

E così mi sono ritrovato in una Twin Peaks insubrica, tra l’onirico e l’allucinatorio. Continue reading Confetti… simbolo, dolcezze ecc…? No… Cacciato per troppe affermazioni o per troppe domande? (ovvero specchietti per le allodole)

Per una gastronomia “engagé” (impegnata)…

Mi tolgo un po’ di maschere e un po’ di vestiti, lascio da parte sarcasmo e ironia, provo a chiudermi in un cantuccio riflessivo e riesco a intendere che il tempo della sapienza non ha attecchito, si è chiamato fuori e ha lasciato l’Italia in mano ad un fatuo frivolo volubile gommato e indolente. Fuori i pasdaran del giornale, dentro i progressisti illuminati delle serie tv. Il pesante, quel bel polpettone slavo anni ’70, fuori, dentro le sfumature sofiste. Dentro l’UMIDO, fuori il SECCO. E così i gusti si sono ammorbiditi, dentro la mollezza del ventre, i divani mentali, i travestimenti buffi, fuori i bastoni, le carote e il manicheismo. Il relativismo è l’altro lato della medaglia, sempre e comunque. Guardi gli chef belli tronfi, sorridenti, parlare di food cost, che vale solo per costo d’acquisto e mai per quello di vendita, guardi i critici che ormai sono riusciti a giustificare la combutta come necessità di crescita, guardi la dialettica scadere in diplomazia e sorrisi, e capisci perchè la sinistra non ha più nulla da rivendicare. Moralmente, intellettualmente e gastronomicamente. Ogni produzione è diventata cultura, ogni forma è diventata arte, ogni compromesso è diventato necessario. È tutto bello, straordinario, interessante, nuovo, rivoluzionario. È tutto troppo culturale. Continue reading Per una gastronomia “engagé” (impegnata)…

Tradizioni dolci torinesi… Walter Gallizioli

San Mauro Torinese. Sotto il santuario di Superga, a cavallo del Po, dove le aziende, in maniera silenziosa, se ne sono andate, dopo essere apparse solo nel momento della scomparsa definitiva. In quella parte di cintura che va verso la ricchezza e verso la dimenticanza, sotto portici riflessivi dove i commercianti hanno mantenuto una staticità, all’ombra di torri e castelli scarnificati da una nebbia continua che non trasmette nemmeno la gioia delle cascine. L’industrializzazione è diventata design per accaparrarsi sia il tempo della festa che quello della bellezza. Perché nell’oltre lì, la critica non è più una sovversione ma un’inclusione. Quel po’ di circense che non non ha mai ucciso nessuno e che, anche nel giorno di feria, può diventare una passeggiata e un vanto. Torino è dietro l’angolo, impegnarsi più di tanto non vale la fuga. E così chi resta ha il compito infido di prendere il plumbeo per quello che è. Continue reading Tradizioni dolci torinesi… Walter Gallizioli

Il Dolce Canavese: nocciolini di Chivasso e marketing territoriale… Bruna Milanesio, Francesco Masera e Giovanna Bonfante

Chivasso. Cintura torinese pre-collinare. Un mix ideologico di fabbriche automobilistiche, Monferrato appena abbozzato, noccioleti affinché il Piemonte non si infanghi mai e centro storico dissolvente, con anziani riluttanti e giovani consumati. Chivasso è un luogo comune, normale, dove crescere, esporsi, investire e rimanere incartocciati in una vita borghese tendente all’operaio. Le chiese in latta, ripristinate ad una modernità meno consona, riecheggiano nel passato di cittadini che nelle campane han sempre manifestato la propria appartenenza. Si è mantenuto un decoro di case basse, sguardi bassi e portici bassi, perché l’intimità, in queste zone, rimane il cardine attorno a cui ruotare superstizioni e dicerie. I chivassesi passano oltre, guardandosi in tralice e definendosi al di là della campagna e al di qua dell’industrializzazione. Un po’ meno nascosta, Bruna Milanesio, insieme ad una gioventù illuminata, sta provando a raccontare qualcosa di più. Continue reading Il Dolce Canavese: nocciolini di Chivasso e marketing territoriale… Bruna Milanesio, Francesco Masera e Giovanna Bonfante

Rionca: pecore e dedizione… Claudia Franzino

Andrate. Sommità della Serra Morenica, oltre quella provincia boschiva che è manifesto e manifesta. In mezzo tra il Canavese e il Biellese, sfiorando la storia delle glaciazioni, questi paesi refrattari alla modernità non attecchiscono nemmeno più nel passato. Siamo in un anacronismo di compromesso, dove la natura è andata a soggiogare tutto il resto. E le dedizioni più grandi si trovano in mezzo agli alberi, sopra i ruscelli, in quell’andare scomposto che è strada di montagna appena accennata e franata nel desiderio. Perché qui il caso non è una buona soluzione né per l’avvento né per la fuga, ci devono essere motivi chiari e sotterranei, un qualcosa che condivida questi mille metri e non te li ritorca contro. Stavolta la scelta è ricaduta sulla pecora, sui suoi formaggi e sulla lontananza da qualunque tradizione. Continue reading Rionca: pecore e dedizione… Claudia Franzino

La Bruera: salumi e storie contadine… Umberto Scopel

Cossato. Altopiano baraggivo. I torrenti scavano, facendo emergere la collina e quel po’ di vigneti in mezzo a cascine da ultima prateria padana, senza affezioni e senza estetiche conniventi. I confini del mondo sono un’aggressione alla semplicità, qui sopra, ci sono le curve, quel po’ di fascino mascherato e un orizzonte più vicino. I campi coltivati si alternano ai boschi e la terra diventa l’immagine di una sintesi che è transizione tra i rilievi alpini e lo sconfinato antropizzato. Le fabbriche si nascondono, mentre l’abbandono del poco fertile e dell’alta acidità non ha riadattato il tempo alla funzione. Questo è un margine, una brughiera atipica brada e senza troppi controlli. Una terra santa, come diceva l’antico maestro/contadino di Umberto Scopel… meglio poca che tanta. La savana europea è sempre la maniera migliore per definire questi luoghi. E in assenza di antilopi, a guidare il racconto sarà il maiale… Continue reading La Bruera: salumi e storie contadine… Umberto Scopel

L’Abbucciato Aretino tra latte crudo, campi di girasole e pecore sarde… Vinicio Giallini

Laterina. Sulle strade dissestate del Ciclone, in quella campagna che è Toscana, intimità, nostalgia e senso di onnipotenza. Il paese si allunga su colline frantumate, dove le strade bianche sono una delle ultime forme di relazione pre-logiche. Qui si ragiona a distanze, a viste, a ponti sul fiume e a case diroccate, ci si riconosce, si percepiscono i girasoli anche in un inverno mite, con i campi dissodati e l’estrema cura come via di mezzo del partitismo e della cultura. Qui i soldi sembra non siano mai mancati. Nonostante tutto e nonostante l’orgoglio, ogni tanto, decada, perdendo di vista la tradizione a favore di un ammodernamento, questi paesi sono un baratro di struggimento da cui è difficile allontanarsi. Si va verso l’aia, si guardano i colori del crepuscolo, ci si lascia stordire dagli accenti diretti e nebulosi e non si vorrebbe più venir via. Se poi ci mettiamo delle pecore e un formaggio agognato, il quadro assume i toni di quel velato malinconico a cui non ci si può opporre. Continue reading L’Abbucciato Aretino tra latte crudo, campi di girasole e pecore sarde… Vinicio Giallini

Qualità dentro la quantità: la storia e il desiderio… Panificio Menchetti

Cesa (frazione di Marciano della Chiana), la provincia di Arezzo, buona parte della Toscana e oltre. Una piana che si apre verso l’appennino e delle colline basse che non riportano l’idea della palude, della sua bonifica e delle sua razza da lavoro, la Chianina. Qui ci sono lunghi rettifili, poche curve, molto spazio, frutteti (pesche e mele) non troppo dispersivi, i soliti cipressi ad ammantare il fascino di déjà-vu e rinascimento in lontananza a chiudere un quadro dissestato e disomogeneo, dove l’industrializzazione si è ben completata e la ricchezza diffusa è stata costretta in mezzo alle rotonde e a qualche prefabbricato di troppo. Qui si produce anche, il turismo non è sempre un girasole e i filari non si esauriscono nell’autarchia. Eppure Marciano è un piccolo gioiello dove basta l’italiano. Qui si è sviluppata, negli anni, l’attività della famiglia Menchetti, qualcosa al di fuori dei confini… Continue reading Qualità dentro la quantità: la storia e il desiderio… Panificio Menchetti