Una ragazza che ha scelto la terra…Daniela Rota

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Villa d’Almè, frazione Bruntino, laddove le brutture lasciano spazio alla fantasia e ad una natura domestica e colorata d’inquieto. C’è puzza di città, sentori di Val Brembana e semi-coste di colline non ancora pronte all’approdo in vetta. I tratturi silvo-pastorali si incuneano in boschi senza luce e senza il fine della conquista. Qui, cani e uomini non hanno granché da tirar fuori e così si guarda dritto verso la giornata lavorativa, quella dei camioncini, dei lavori fuori porta, della semplicità come forma mentale per dirimere le possibilità non dette. Bruntino è un luogo spento con una vista, è un’apprensione prima di tutto, quella che ti fa attendere la curva in un misto di incoerenza e di professione di fede. Cosa ci sarà?

Ecco, a pochi passi dal parcheggio del cimitero, mi attende Daniela Rota, una storia contemporanea che del paradigma si porta dietro la possibilità. Continue reading Una ragazza che ha scelto la terra…Daniela Rota

Patata di Starleggia: un recupero anticonvenzionale… Saul Caligari e Antonio Scaramellini

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Valle Spluga. Valcava. Quella distanza da Chiavenna e da Madesimo rassicurante e selvaggia. Fuori stagione qui mancano anche le eventualità del raggiungimento. La Svizzera è determinante, non ci sono valichi e non ci sono più opportunità di scelta. La cultura alpina si è fatta in altri versanti dove la dimenticanza è diventata recupero e opportunità di lustrino. Qui l’abbandono è ancora oggi un tempo senza soluzione. La patata, che nel corso dei secoli ha sostituito le radici nell’alimentazione montana, dalla metà dell’ottocento è diventata sussistenza e salvezza, omologazione e impossibilità di farne a meno. Quando alla povertà si è sostituito il turismo e anche il curato ha preferito dei nitidi box alla coltivazione della patata di Starleggia, ormai rimasta avamposto leggendario e introvabile, eccezion fatta per qualche privato e per due chiavennaschi che han pensato bene di ridar vita a degli orti in quota e al Giardino Alpino Valcava, l’espressione si è trasformata in un risarcimento più che in un recupero. Saul Caligari, ex giardiniere e appassionato botanico, e Antonio Scaramellini, ex architetto sono alle radici di quel resta… Continue reading Patata di Starleggia: un recupero anticonvenzionale… Saul Caligari e Antonio Scaramellini

Nocciole su terreni vocati e solo queste storie… Emanuele Canaparo

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Cravanzana. Mille alberi di noccioli per abitante. Un luogo dove i profumi sono talmente nitidi da non aver bisogno di nessuna spiegazione, una rappresentazione icastica dell’Alta Langa senza necessità di racconti o fotografie. Qui, le curve del vino lasciano spazio a quelle delle nocciole, all’abbandono, all’inselvatichirsi e a quelle colline che sono rimaste al tempo delle colline con solo qualche interesse in più. Sono paesaggi privati e vietati, boschi messi in fila e da tenere a distanza. È meglio non farsi ingolosire, è meglio rimanere spettatore e assaggiatore, chiedere e non imporsi. Le nocciole sono l’esistenza senza foglia di un manipolo di agricoltori, di qualche trasformatore e di Emanuele Canaparo, il primo artigiano trasformatore del proprio prodotto. Continue reading Nocciole su terreni vocati e solo queste storie… Emanuele Canaparo

Castagna essiccata nei tecci: la rappresentazione della decadenza

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Calizzano è una rotta impossibile, quasi isolata, è un luogo casualmente ligure a due passi da un Piemonte più che operoso. Qui il selvatico resta selvatico e la struttura delle persone è una faccenda che non si può risolvere in un’identità. Ogni paese e ogni frazione hanno i loro idiomi, le loro scorrettezze, la loro voglia o impossibilità di aprirsi ad un mondo che li richiede e che li richiude. Come se non ci fosse altro che un unico motivo, quel motore che spinge fino a queste curve, tra i boschi di Murialdo e Calizzano, in quell’incomprensione montana che ha nascosto le persiane verdi e i muri tenui-pastello. Perché qui gli anni edilizi li hanno subiti e a scuola si è continuato ad andare percorrendo i sentieri e portando giornalmente un ceppo di legno a testa per scaldare l’edificio. L’isolamento ha caratteri endemici impossibili da trasportare e impossibili da trasmettere. Si rimane qui, tra porcini e castagne, come se non ci fosse mai un domani a venire in soccorso. Perché chi cerca la pace, trova la pace, i ghiri mangiano i libri, le “boscoteche” permettono l’estraniamento, i pazzi in bicicletta trovano il loro profeta delle piste in mezzo agli alberi e chi ha ancora un minimo di pudore, per provare a mettere fuori la testa da quella Val Bormida battuta e beata, si è accorto che l’unicità ha portato molti viandanti fuori dalla porta. Ecco, uno di quelli che ha capito le regole della comunicazione è stato Giuseppe (Raffaele) Corrado. Continue reading Castagna essiccata nei tecci: la rappresentazione della decadenza

Jancarossa: archeologia del limone siracusano… Monica Fiumara

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Siracusa s’immerge in una continua stratificazione di non-sense, stupori, punti di vista e coercizioni. Ma soprattutto è un luogo di contrade dove l’archeologia si è declinata nelle forme dell’avversione. E così si è smesso di raccontare. L’itticoltura è rimasta uno sguardo sulla baia di Ortigia e le colture orientali, qui, han preferito l’adattamento all’abbandono. Eccezione fatta per il riso, ormai scomparso, la nobiltà era un fatto di architettura e di irrigazione. Tutti guardavano Siracusa come la Silicon Valley del mondo antico. Anzi molto oltre. Ancora riecheggiano, nelle leggende raccontate sul castello Eurialo, in mezzo a stoppe, centri commerciali e vedute del petrol-chimico, le astuzie, i trabocchetti, la sapienza e l’immane paura di essere defraudati dei tiranni locali. Da Gelone a Dionigi fino ad Archimede, questa è terra di geni e di paranoidi. Invenzioni, naumachia e agricoltura, i siracusani hanno creato un parco giochi di colonie, hanno sconfitto tutti e sono stati conquistati da tutti. Così sono arrivati ad oggi nella lamentela di un disagio e di una burocrazia che ha reso indietro un fazzoletto straordinario e del resto ha lasciato un’impossibilità… Continue reading Jancarossa: archeologia del limone siracusano… Monica Fiumara

Impetuoso minimalismo cerealicolo… Silvia Turco

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Enna è una città che potrebbe pure non essere. È talmente remota da non aver bisogno né di nuovi tagli né di nuove diramazioni. C’è una decadenza gialla che dell’esproprio si è tolta di dosso qualunque battaglia. E così è rimasta un luogo ameno e vivibile, con strade in salita che rendono tutto paese. I bambini, in mezzo ai negozi chiusi, non hanno nemmeno bisogno di definirsi, gli adulti non adombrano, rimangono incauti nel loro dialetto di relazione con il mondo. Perché spingersi alla conoscenza di un territorio, significa entrare nel complotto e nel cortile. Quello in cui ci si conosce tutti e dove la bellezza deve essere una definizione comune da cui ritrarsi significa solitudine. Così il sistema agricoltura è una comunione di facce arse, alla cui testa c’è Silvia Turco, un’agricoltrice che sta provando a tirare le fila di un territorio. Continue reading Impetuoso minimalismo cerealicolo… Silvia Turco

Lavanda, cereali antichi e trasformazione, nel nisseno più profondo… Gaetano D’Anca

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Santa Caterina Villarmosa. Il centro della Sicilia è una vista sul Monte Canino, dove spaziare dalla provincia di Trapani a quella di Ragusa, passando per Nebrodi, Erei, Madonie e Sicani. Qui si ha una completa contemplazione del giallo dopo-trebbiatura, luoghi colti e sapienti dove la bellezza passa attraverso il sole e attraverso il vento. Questa Sicilia, sbandierata e disillusa dal turismo, è fatta da un incedere tenue e quasi sepolto. Le poche persone che rimangono, possono raccontare il silenzio attraverso mille parole. Perché da qui è molto più facile fuggire, vestirsi bene e ricordarsi del passato come un luogo dalla memoria diafana quasi spenta, in cui emozionarsi all’immagine delle rughe. Chi rimane a Santa Caterina, al di là dei centri di aggregazione giovanile e geriatrici, marchi di fabbrica di afa e partite a carte, può continuare a fare quello che qui si è sempre fatto. Il ricamo, la coltivazione di mandorle, grani e olive e rievocare la tradizione sotto forma di Santi in feste patronali dissipate e floride. Questi sono luoghi di contrasti estremi dove la famiglia D’Anca, Gaetano, Luisa e le loro figlie, continua imperterrita nella mostrazione dell’unica verità siciliana: la terra e la sua lavorazione. Continue reading Lavanda, cereali antichi e trasformazione, nel nisseno più profondo… Gaetano D’Anca

Mostarde originarie… Emiliano Bedogna

ZUCCHE ORNAMENTALI

Guastalla, estremo lembo della provincia reggiana. Qui sei sempre uno straniero in patria. Per gli abitanti di Reggio sei un mantovano, per quelli dall’altra parte del Po un emiliano senza terra. Ecco lo stato apolide dove le vacche rosse reggiane recitano la pantomima del proprio latte e della propria particolarità, nascosta dietro muri di insolvenza e di proditori racconti e dove la produzione è una continua filiera. Ma fortunatamente posso lasciar perdere il pomeriggio assonnato di un mezzo sofisticatore dal Parmigiano afoso e dedicarmi ad un dialetto che mi rende afono e a quel centro storico a metà tra i Gonzaga e il Liberty che i colori pastello si son presi, rendendo tutto un po’ più fiabesco, soprattutto nell’assenza da calura estiva. Qui ci sono anche strade che dirimono indicazioni geografiche protette e terreni in discesa verso il grande fiume che hanno da sempre determinato le principali colture. Che non sono mai cambiate, che rappresentano la povertà di tempi e di terra. Perché la disillusione verso una fuga che possa portarci verso il capello impomatato e il destino da rocker da balera è sempre dietro l’angolo. Basta continuare ad osservare, chiedere e osservare. Continue reading Mostarde originarie… Emiliano Bedogna