Viti e meleti possono salvaguardare il territorio… Valerio Rizzi

Cloz. Terza sponda della Val di Non, dove la Melinda è reggente unico, autoritario e ormai indulgente. Un territorio consorziato a partire dalle facce, in cui l’ingerenza industriale ha solo mostrato un volto più affine alla natura e l’uomo ha imposto il suo unico credo: filari, pieno vento e fusetto. Il meleto non ha dato scampo quasi a nessuno, la monocoltura, intervallata da qualche vigna di Groppello, rappresenta, senza maniera, il postulato di un luogo che ha svenduto i gelsi a causa delle malattie e ha preso le potature e le serie come forma di rinascita. Seimila agricoltori consorziati e denominati. Operai delle colture che al posto delle catene di montaggio mandano avanti indifferentemente una regione all’interno di una regione. La Val di Non come l’Alsazia come il Bacino della Ruhr, imposizioni umane… troppo umane. Fabbriche di frutta che hanno ripudiato da tempo il paesaggio, prima di tutto, e l’individualità, in seconda battuta, non dimenticando nemmeno per un istante le mode. E così il biologico si è insinuato negli arrovellamenti dei carri armati consorziati, cominciando a produrre le prime gemme molto al di là dell’imposizione territoriale. Da qui parte la nostra storia… Continue reading Viti e meleti possono salvaguardare il territorio… Valerio Rizzi

Cascina Madovito: la nocciole non bastano più… Alessandro Negro

Località Scorrone. Cossano Belbo. Curve su curve su curve, in mezzo a varie provincie che ormai non sono più nemmeno identificative. Prodotti tipici e una produttività turistica che cerca di nascondersi dietro una produttività agricola che non ha mai sfiorato la leggenda. Qui non si guarda molto oltre, si cercano prodotti alternativi per dare a questa fetta di Langa un’interezza. Il rispetto verso il vigneto e verso il nocciolo rimane confinato nella sfida senza parole e senza foulard, in quei lunedì mattina dove lo scorrere del tempo è un rifacimento di qualcosa di rimasto. E così, chi ha deciso di produrre in queste terre, dove i paesi ogni tanto si allargano seguendo i piani regolatori della circostanza fortuita, che quasi mai è fortunata, ha dovuto abbandonare la patina per affidarsi ad una serietà che non può prescindere dall’altrove. Produrre per richiamare, il ragguardevole, il vicino e il passante. Questa terra di moscati e sfarinati, ogni tanto tira fuori dei luoghi e moltiplica le mie possibilità. Langhe: fucina di produttori propizi procrastinabili. Ecco quindi un differimento rispettato. Continue reading Cascina Madovito: la nocciole non bastano più… Alessandro Negro

Una donna e il suo mondo: genepy e montagna… Emilia Berthod

emilia

Frazione Bois de Clin. Valsavarenche. Luoghi eroici e luoghi dispersi, all’interno di un Gran Paradiso distante dall’eco estiva, dove camminando è sempre possibile imbattersi in ungulati dagli occhi gialli e in ungulati dagli occhi impauriti. Qui la neve arriva presto, le valanghe divellono e i boati nel nulla non rappresentano altro che natura. Poche centinaia di persone in tutta una valle che fiorisce per pochi mesi, mentre il resto è una patina di bianco dove l’economia di sussistenza è un sacco di soldi spesi in riscaldamento ed energia elettrica. Qui c’è talmente tanta bellezza che il letargo è l’ennesimo modo per non rimanere accecati, per prendersi del tempo e fregarsene di un racconto reiterato da fare a tutti quelli che rimangono naso all’insù e bocca spalancata. Il tempo è salvifico e ferale insieme, non ci sono mezze misure e nemmeno tonalità di un grigio informe, qui i colori non scherzano e si ribellano all’opacità da smanceria, il selvatico è rimasto selvatico, nessuno lo può e nessuno lo deve addomesticare, coltivare qui significa recuperare dei terreni alle rocce e provare a rispettare l’umano più della natura. Continue reading Una donna e il suo mondo: genepy e montagna… Emilia Berthod

Shanty Maè: tra i boschi dell’Adamello… Sara Brognoli e Paolo Messali

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Saviore dell’Adamello. Un culmine di frazioni, case sparse, mercati che definiscono il centro, stradine strette, muri grattugia-macchine e salite senza fine. L’ultimo avamposto prima che le due strade verso il Parco terminino dando il là a rifugi e caprioli, lasciando spazio all’indefinito ombroso, ad un Trentino risentito e a quell’estremo lembo della Val Saviore dove si sono sempre formate leggende e gemme d’abete. L’ombra ingloba e porta verso le frazioni. L’acqua scorre tutt’intorno, purificatrice, intatta e fragorosa. In quella forma d’eternità che è precauzione e giorno dopo giorno. Perché qui le orme si cancellano e le tracce, nella neve o nella terra grassa, rimangono a mutamento di luoghi effimeri e senza più principio. Anarchia di uomini fuori dal possidente, fuori da quei circoli viziosi che misurano e pesano tutto. Qui c’è l’eco della scelta, il villeggiare è una forma di accadimento e di incomprensione, perché arrivarci attiene alla volontà e al libero arbitrio. Fuori dalle mode, in quel velo d’eternità che è l’uomo prima della società, si deve abbandonare la macchina in uno spiazzo casuale, guardare una mulattiera che non può essere altro che una mulattiera e trasecolare nella vista di una Panda ammortizzata e verde militare che, manco fosse un camoscio, curva e si districa in una selva larga un paio di centimetri più della distanza tra le due ruote. Continue reading Shanty Maè: tra i boschi dell’Adamello… Sara Brognoli e Paolo Messali

Fattoria Corte Cappelletta: biodiversità nelle gelate padane … Nicola Assandri e Arianna Ferrari

cappelletta

Frazione Coazze. Ultimo lembo di San Benedetto Po ma legato culturalmente a Moglia. Qui i segni del terremoto sono ancora visibili. Nelle campagne, nei tetti divelti, nella paglia lasciata ad affondare, il rigore di terreni geometrici e coltivazioni intensive ha subito lo smacco di una ribellione senza un colpevole. E così questi luoghi da feste sull’aia, da retaggi contadini innalzati al dio del recupero, di gelate invernali e di terreni argillosi che diventano sabbiosi per ritornare argillosi, in quella sempiterna lotta tra zucca e cocomero, rimangono argini di tradizioni millenarie conficcati in un’Italia Rurale che è rappresentazione molto prima che fascino. L’eco della bellezza e dei paesi si sente nell’esigenza di parlare tutti una lingua comune, qualcosa che riporti ad un’appartenenza e ad un sistema. Uno scenario cinematografico che è sempre sistema e mai eccezione. I Gonzaga, i tortelli, i norcini, i salumi, la nebbia, le abbazie, i ciottoli, i sagrati, la religione, i nobili, le case di campagna, i contadini, il vino, il Po e il fascino senza luogo di immagini utilizzate da tutti perché eterne. Qui in mezzo c’è anche chi, con la gioventù dalla sua, sta cercando di attuare un recupero di forme più che di tradizioni. Continue reading Fattoria Corte Cappelletta: biodiversità nelle gelate padane … Nicola Assandri e Arianna Ferrari

Un botanico nella necessità di relative alchimie… Graziano Perugini

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Vobarno. Località la Topa/Lizzane. Un punto sperduto forse in Val Degagna. Tra Treviso Bresciano e discese impossibili, in mezzo a quelle reti telefoniche che non sono mai arrivate e a quelle strade percorribili solo con la fortuna, in quel paesaggio di mezza montagna che è vista e un po’ abbandono, dove l’acqua non è così abbondante e dove il silenzio è assoluto. Qui c’è un ammasso di frazioni e qualche locanda che ti chiamano al riposo, c’è la leggenda dello spiedo bresciano, il tempo di sbagliare e di perseverare, di lasciar scorrazzare i bambini in mezzo al nulla e di anteporre la serenità all’opportunità. In località Lizzane bisogna chiamare ancora con i telefoni fissi. Non ci sono altre speranze, bisogna chiedere informazioni, chiedere aiuto, farsi ospitare, approfondire il dialogo e se la notte ha deciso di scendere molto presto magari rimanere a dormire Al Pojat, un’oasi senza distrazioni. Continue reading Un botanico nella necessità di relative alchimie… Graziano Perugini

Azienda Agricola Simonte: conversioni e territorio… Mimmo Coppola

Dattilo. Comune di Paceco. Sale, marmi, meloni e cannoli. Un’economia sfrontata su un piano ortogonale che non riporta a molto se non alla sosta post-prandiale di un pomeriggio afoso e senza fine. Questi sono luoghi coltivati e potetti. Enclavi che sfociano sul mare di un territorio trapanese mai come ora sulla cresta dell’onda. Qui arrivano i pullman della ricotta grezza e si affacciano le speranze di chi nell’agricoltura sta cercando un piano di rilancio esistenziale prima che commerciale. Case tagliate con l’accetta e un lontano ovest che riporta sempre a viali impolverati e guaiti di cani disseppelliti, unici abitanti di una piana soleggiata e invadente. Dietro le mura rimane il sapere casalingo del piatto tipico, del mataroccu e delle mani insemolate. Per il professionale ci volevano tempi, associazioni e persone dedite: Mimmo Coppola e sua moglie Francesca Simonte. Hanno studiato, hanno sbagliato, si sono convertiti e si sono messi sulla strada di un giusto che non li lasci con il sedere nelle frasche. Questa è la storia di un’agricoltura riconvertitasi alla terra e all’interesse. Che tenga l’abbandono siciliano il più lontano possibile. Continue reading Azienda Agricola Simonte: conversioni e territorio… Mimmo Coppola

Etno-antropologia applicata alla terra… Nicola De Gregorio

fastuchera

Cammarata e la sua enclave San Giovanni Gemini. Una Sicilia contingente e insostenibile, un incedere di luoghi stanchi e prepotenti, dove l’edificazione non ha più un sostegno dalla storia. Feudalesimo, Conti e Commercianti hanno imperato, diviso, ripreso, creato tradizioni e affastellato le stesse che si sono fuse e confuse. Santi, feste, bizantini, romani, vendita d’indulgenze e raccolta di salgemma. Il tempo ha lasciato un castello che domina l’abbandono e riserve naturali straordinarie dove, al di fuori di vicoli ingannatori, su giardini e chiese protetti dalle invasioni, la macchia siciliana di asfodeli, roverella e corbezzoli rimane intatta in mezzo al grano già trebbiato, che colora di ocra quell’unica terra rimasta a rappresentanza di una Sicilia dipinta più vera del vero. Perché, al di là di ogni giudizio e di ogni immaginazione, qui serve solo un recupero, un rispetto e un recupero. E così il ruolo del cantastorie non può essere emarginato nella follia della verità, ma deve essere sudato, affaticato, con il volto coperto di scorie e di ingiurie. Il ruolo di salvifico paladino è toccato a Nicola De Gregorio, improbabile menestrello assolutamente integrato nella maniera e nel saluto ma rivoluzionario nello sguardo e nel passato. Continue reading Etno-antropologia applicata alla terra… Nicola De Gregorio