Agugiaro & Figna: la macinazione dall’altro lato…

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Curtarolo. Al passaggio del Brenta. Un comune come tanti in quel susseguirsi di strade e case basse, ognuna uguale a quella dell’angolo precedente. Il richiamo della città non è nemmeno la necessità di dormire distante per essere a portata di macchina, il semplice è un cenno più da portafoglio che da piacere e i sagrati devono dividersi la popolarità con i centri commerciali e le televisioni accese. Questi paesi dormitorio non hanno mai smesso d’inserirsi nel bel mezzo di passati fatti di piroghe e di reperti millenari, e non hanno mai conquistato un luogo che non meritasse apatia e nostalgia, in quel limite lavorativo che è la giornata dalle 19 alle 23. Le attività produttive sono il perno attorno a cui ruotano passeggini e modi di tirarsi dietro la porta e Curtarolo non ha provato a diventare un’eccezione. Durante discussioni estive dove capirsi diventa l’unica attitudine, i Mulini Agugiaro sono un buon faro a cui richiamarsi nella definizione del posto di provenienza. Continue reading Agugiaro & Figna: la macinazione dall’altro lato…

Forno a legna: Pan biscotto e Dolsi… Roberto Sofia

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Sarmego di Grumolo delle Abbadesse. Mucchio di terra in mano alle monache benedettine. Uniformità colturale fino all’avvento del riso, già attestabile in epoca rinascimentale. Acque pulite, una pianura Padana meno pedissequa e un legame con il Vialone Nano che mantiene intatto il fascino dei nomi piuttosto che cercare la rivendicazione di una diversità. Ci si accontenta, si guarda il territorio e si pensa a riso, mais, suini e qualche bovino. Case basse, densità risibile e un tempo comune che non scalfisce la coltre della nebbia e delle stagioni molto lunghe, dove umidità e lancinanti freddi ruotano prepotenti in cicli vitali che sono rimasti ai tempi della pelle d’oca, del ruolo contadino nel passare del tempo e del sudore come unica forma di pensiero. Le ville patrizie tutt’intorno, mentre imboccavano canali, decisero l’esportazione in cambio di un’esportazione rappresa dalla scoperta del nuovo mondo. E così riso e contadini. Continue reading Forno a legna: Pan biscotto e Dolsi… Roberto Sofia

Azienda Agricola Zipo: una pianura differente… Elisa Pozzi

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Zibido San Giacomo. Estensione agricola della periferia Milanese. Rotonde, ponti, ciminiere, molto cemento e altrettanti luoghi retrocessi. I prefabbricati lasciano spazio alle rogge e agli alberi, mentre le cascine hanno resistito come forma culturale e dissidio monacale. Il ristorante da piatto tipico e da rane nebbiose qui si è inverato in una scienza confusa, dove il milanese non riesce ad arrivare o perché non esiste più o perché non riesce più ad uscire e provare a vedere. La fuga da condominio borghese, ogni tanto, è stata scompaginata da alcune cesure e porti assolutamente sepolti, da fossati e acacie, da un tempo scandito dalle stagioni e dalle emissioni sonore delle bestie. Il sistema cascine del parco agricolo sud milanese non fa smorfie e non appartiene a fazendeiros dall’accento meneghino e da bretella impomatata, sono luoghi di lavoro e di sopravvivenza, dove i costi sono più dei ricavi e dove l’abbandono è un male da bivio forzato: o svendersi ad agriturismo di sogni infranti o burocratizzarsi in mezzo ai beni culturali, cercando nella fotografia di un tempo “in bianco e acquarello” un eterno ritorno degli uguali. Continue reading Azienda Agricola Zipo: una pianura differente… Elisa Pozzi

Douce Vallée: aceti di montagna… Francesco Mauris e Paola Vittaz

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Tra Boesse e Chatillon. Appena fuori dai percorsi turistici che verso la Valtournenche vanno e che dalla Valtournenche tornano, tra l’azienda agricola e il laboratorio, in quell’andirivieni che segue necessariamente le stagioni, di raccolta e di produzione. La Valle d’Aosta è un’espressione di acque tonanti e centrali idroelettriche che non lasciano più nemmeno il tempo del romanticismo. Qui si passa per andare verso il Cervino, verso quella dimostrazione d’italianità che è natura da rovinare in qualche maniera. E così quando le prime nevicate incominciano a ravvivare lo sguardo dei distributori di benzina, i fondo valle si rispecchiano nei semafori, nel traffico e nell’impazienza di stagioni da passare tra la pazienza e il decoro. Dove il lavoro diventa un’esigenza e una convinzione e dove il tempo occupato deve liberarsi prima di neve e sole per occupare il tempo libero di chi si è appena liberato da un tempo occupato. Turismo, accoglienza e produzioni tipiche, chi tradisce, per esempio, può cercare una via di fuga che vada bene dodici mesi all’anno. Ed ecco che un prodotto maltrattato per anni, come l’aceto, può tornare a svolgere la sua funzione conservante e rinfrescante, tornare ad un’origine verso cui il tempo è stato poco galantuomo. Continue reading Douce Vallée: aceti di montagna… Francesco Mauris e Paola Vittaz

Una donna e il suo mondo: genepy e montagna… Emilia Berthod

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Frazione Bois de Clin. Valsavarenche. Luoghi eroici e luoghi dispersi, all’interno di un Gran Paradiso distante dall’eco estiva, dove camminando è sempre possibile imbattersi in ungulati dagli occhi gialli e in ungulati dagli occhi impauriti. Qui la neve arriva presto, le valanghe divellono e i boati nel nulla non rappresentano altro che natura. Poche centinaia di persone in tutta una valle che fiorisce per pochi mesi, mentre il resto è una patina di bianco dove l’economia di sussistenza è un sacco di soldi spesi in riscaldamento ed energia elettrica. Qui c’è talmente tanta bellezza che il letargo è l’ennesimo modo per non rimanere accecati, per prendersi del tempo e fregarsene di un racconto reiterato da fare a tutti quelli che rimangono naso all’insù e bocca spalancata. Il tempo è salvifico e ferale insieme, non ci sono mezze misure e nemmeno tonalità di un grigio informe, qui i colori non scherzano e si ribellano all’opacità da smanceria, il selvatico è rimasto selvatico, nessuno lo può e nessuno lo deve addomesticare, coltivare qui significa recuperare dei terreni alle rocce e provare a rispettare l’umano più della natura. Continue reading Una donna e il suo mondo: genepy e montagna… Emilia Berthod

Lo Storico Ribelle e una gioventù fulgida … Cristina Gusmeroli

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Dazio. Pochi kilometri sopra Morbegno, in quella Costiera dei Cech che è anima e vista, che si pone sempre nella situazione di essere guardata e di essere ammirata nei suoi terrazzamenti e nei misteri di quelle valli laterali che si nascondono mostrandosi. Una piana di poche cascine e ancor meno abitanti non può che essere rappresentante di se stessa. E così è, nel suo essere espansa e chiusa, nell’avere più terreno che possibilità e in quel campanile attorno a cui ruotano le sfortune del secolo. L’alpeggio è lontano, gli echi del Passo San Marco, l’Alpe Orta Vaga, i calecc’ estivi, il latte di capra Orobica in percentuali variabili, la mungitura a mano, le temperature che possono improvvisamente scendere e una vista che spazia fino alle pupille di Dio sono ricordi e intenzioni di una conversazione. Qui, in mezzo a due stalle e altrettante case, passa l’inverno la famiglia Gusmeroli. Continue reading Lo Storico Ribelle e una gioventù fulgida … Cristina Gusmeroli

Capre affumicate in un tempo che è anche delle vacche… Monia Tiberti

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Frazione Valle. Saviore dell’Adamello. Direzione Valle Adamè, dove il sole cede il passo ad un’ombra e ad un inverno che tutto possono e che tutto coprono. L’avvenenza è qualcosa di simmetrico, il buio taglia a metà le montagne, lascia al cielo la speranza e s’intirizzisce armonizzandosi con gli abitanti di Valle e della Valle. Uno sguardo straordinario inscalfibile dal freddo. Rimanere in fondo, ammaliati dallo scorrere del torrente, dove la limpidezza è già immaginazione e dove la voglia di restare è l’unica eccedenza oltre il riposo, quello lungo, letargico, che non si sposta, che lascia qui gli stessi volti legati ad esistenze lunghe, sane, in cui il benessere non si pesa e dove il turista arriva senza affermazione, è uno sforzo contro la rassegnazione. Incompresa dai latrati dei cani, oltre il ponte sopra il ruscello, c’è la casa di Monia Tiberti, una casa cristallizzata nel suo tempo. Continue reading Capre affumicate in un tempo che è anche delle vacche… Monia Tiberti

Formaggio di pecora in Lombardia: rarità delle rarità… Ivan e Cristina Parolari

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Andrista. Frazione di Cevo. Uscita dalla Val Saviore. Strade che si rimpiccioliscono, abitati mantenuti, musei iconoclasti, terrazze su strapiombi, pietre estetiche e un silenzio che si è portato via quasi tutti. Creature mitiche che spuntano da boschi di castagno e indecisioni sul verso cosa propendere per mancanza d’intenti. In luoghi come questo, il presente è lento ed è ancora definito dai ruoli sociali. La Valle Camonica impone l’entrata, i formaggi di vacca prendono possesso delle capre bionde e il selvatico si trasforma troppo velocemente in industria. Non ci sono più fini idroelettrici, rimane solo quell’archeologia industriale, anima di una Lombardia ormai dedita al capannone e al prefabbricato come uniche forme d’indecenza e di perversione. Così da sostituire il campanile con i tetti a shed e i tetti a shed con i blocchi giallo canarino e le stazioni di servizio adatte ormai ad ogni esigenza. La valle, da depressione territoriale, si è trasformata in depressione volitiva, dove sono in pochi a rappresentare ancora una possibilità. Ivan e Cristina Parolari ci stanno provando attraverso la famiglia. Continue reading Formaggio di pecora in Lombardia: rarità delle rarità… Ivan e Cristina Parolari