Riso Goio: l’intraprendenza della tipicità… Emanuele Goio

Rovasenda. Baraggia Vercellese. Pianura sconfinata con uno sguardo verso il Monte Rosa. Case basse, pochi grilli, associazionismo, chiesa e fabbriche quasi in sepoltura. Luoghi di una religiosità signorile, dove lo scomponimento è avvenuto prima in villette bifamiliari, poi in villoni sulla strada che porta fuori e infine in aziende agricole che producono, riproducono e mantengono la tradizione del riso in questi terreni argillosi che, nell’adattamento, si sono ritrovati con in mano un’unica coltura. Il riso ha degli ingegneri, ha dei paesi e ha dei pensatori, qui c’è una cultura che ha lasciato delle tracce e ha determinato delle specificità. Nella Baraggia il Sant’Andrea è sempre stato rappresentazione di una tradizione che lentamente veniva privata della nobiltà. Il suo essere soppiantato non l’ha lasciato nella decadenza ma nella necessità della riscoperta. E così la famiglia Goio, su questi terreni dal 1929, ha deciso che ne sarebbe diventata l’alfiere principale. In una quasi purezza dettata dalle leggi di mercato e dalle frivolezze della contemporaneità indulgente… Continue reading Riso Goio: l’intraprendenza della tipicità… Emanuele Goio

Roatnocker: un maso alla fine del mondo… Georg Weiss

Senale-San Felice. Alta Val di Non o Nonsberg. Frontiera Nascosta. Qui in mezzo c’è una sottile linea rossa che separa la cultura romanza trentina dalla cultura tirolese altoatesina. L’ordine di St. Felix si trasforma(va) nella flessibilità di Tret (frazione di Fondo), la chiave di lettura rimaneva nel potere e non nella cultura. Le idee, la lingua e il linguaggio sono rimasti strumenti insondabili per provare ad entrare nell’etnicità del luogo che non si scompone nella natura ma nell’ideologia. La verità ancestrale, da una parte, e la discussione, dall’altra, il maso chiuso contro il maso aperto, una società patriarcale sprangata contro l’adattabilità della specie. Il confine flessibile di oggi, che ha rivoluzionato quello degli etnografi Wolf e Cole, rimane sempre una barriera dal punto di vista linguistico. Uno scontro che nessuno dei due limiti è riuscito a far suo: le frontiere sono rimaste frontiere, nessuna delle due regioni è stata inglobata nell’altra. Non è avvenuto quello che solitamente avviene sul confine. Ognuno ha mantenuto – nel tempo il Trentino è diventato più malleabile agli spostamenti e l’Alto Adige ai conferimenti del latte – e il tempo dei masi è rimasto un’attinenza contadina e familiare da una parte e una spartizione fuori tempo massimo dall’altra. Una giornata a cavallo della frontiera, avanti e indietro, salendo e scendendo, dove la cultura ha imposto la prima delle sue discrepanze nelle coltura: in Trentino si producono mele, in Alto Adige boschi. 800 abitanti, due comuni uniti, poi separati, poi disuniti e poi di nuovo uniti, Senale e San Felice sono villaggi che ruotano attorno ad una piazza e ad una chiesa, dove una miriade di particolarità è intervenuta nel tempo per rendere uguale l’abitudine alla tradizione. Continue reading Roatnocker: un maso alla fine del mondo… Georg Weiss

Cascina Lassi: le possibilità del Parco Agricolo Sud Milano… Mattia Zuffada

Cerro al Lambro. Fontanili, corsi d’acqua, bestie al pascolo, aziende agricole e marcite. Forse un tempo. Ora è diventato tutto più chiuso. Si creano enti, si raccontano delle belle storie su cerealicoltura e allevamento, si foraggiano enti creati affinché l’unione possa essere uno sconto sul dovere, si sviluppa la coerenza tra costruzioni e terreni, e si tiene in mano un paese dormitorio con qualche sagrato, qualche cascina e un fiume quasi alla fine. In quel trivio tra milanese, lodigiano e pavese, rappresentazione, più di ogni critica e al di là di ogni attrito, della Pianura Padana attraverso quel fascinoso latente che all’aumentare della temperatura si trasforma in afoso corrosivo, la forma cascina mantiene ancora inalterati certi tratti che l’hanno contraddistinta rendendola unica: estensione, cooperazione, divisione. Qui, sui fiumi, l’industria non ha proliferato perché i proprietari terrieri non hanno mai visto l’orizzonte della propria terra e non hanno mai dovuto togliere il cappello. Continue reading Cascina Lassi: le possibilità del Parco Agricolo Sud Milano… Mattia Zuffada

Colture batteriche per fare il pane? Bastano?… Fabio Lodigiani

Torricella Verzate. Novecento abitanti in quell’Oltrepò che sta diventando pianura e case casuali che in ogni caso accadono e ricadono su strade solcate da capannoni con negozi in offerta e centri commerciali da rotonde sempre pieni di macchine alla ricerca di prodotti che non hanno più stagione né scadenza. Un’Italia compressa in poche insegne e in costante degrado, dove la moralità della collina, già depredata da costruzioni che hanno smesso di nascondersi per manifestare la propria povertà, non ha più nulla da insegnare. E nonostante la fuga, la passeggiata silenziosa da paese mattutino diventa più italiana di tutti i bar venduti ed esauriti dai videopoker. Perché qui i ladri scorrazzano, i poveri s’impoveriscono e i ricchi investono sul vino se trovano ancora dello spazio. Eppure potremmo imparare molto… Continue reading Colture batteriche per fare il pane? Bastano?… Fabio Lodigiani

I grissini come cento anni fa… Daniele Richiardi

Perosa Argentina. Pietra d’argento. Sicuramente. Una volta. Ora, a miniere esaurite e a strade asfaltate che tagliano in mezzo aziende e montagne in lontananza, paesi come questo sono rimasti dedicati a qualche piccola produzione al di fuori di rotonde e centri commerciali che ormai non hanno più nemmeno il vezzo di inaugurare. C’è una cappa di detrimento che non giova allo stare… il tempo massimo per una scoperta, per un racconto sui regnanti industriali, uno sguardo laconico a quelle baite che si sono trasformate in “stazioni d’osservazione esseri umani” e Perosa Argentina si è ritrovata indifferente nel retaggio poetico del nome e in quel sistema di transizione che nelle stagione si è via via velocizzato. La Val Chisone e le Alpi Cozie hanno un fascino da pochi raccolto e da ancor meno messo in opera. Così, portare tradizioni all’interno di una bottega e salvarle dalla morte delle gallerie trincianti, è stato il compito conservatore della famiglia Richiardi, che nel grissino ha intravisto l’origine. Continue reading I grissini come cento anni fa… Daniele Richiardi

Fotografi e panificatori notturni… Baldovino Midali

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Branzi. Alta Val Brembana. Terra di formaggi e di sci composto, quello che cerca un paio di piste vicino a Milano, per non arroccarsi in mezzo alle montagne e mangiare un capriolo con polenta per palati congelati. Basse vette, case prive di fascino, strade dritte, aziende agricole e alpeggi. La facilità ha permesso a tanti di salire, di accorgersi, di guardare oltre la Valtellina, verso le Retiche, e di provare a fare come. Consorziandosi, svendendosi, unendosi senza un principio, a volte si sono dimenticati dell’agricoltura, altre volte l’hanno portata al parossismo. Cinque formaggi tipici in una valle e nelle sue diramazioni. Branzi, Formai de Mut, Stracchino a munta calda, Agrì e Strachitunt, più tutta una serie di formaggelle, grassi e semigrassi senza nome e per sovrammercato alcuni alpeggi di Bitto e Storico Ribelle. In una valle. Pregio e disprezzo insieme, gratificazione per vite difficili e protezioni per uno o due entità per formaggio. Esagerazioni e dimenticanze. La Val Brembana nasconde alcuni tra i più straordinari casari italiani e Branzi si porta il presagio nel nome. Con le sue cascate, i suoi rifugi e quella bellezza nascosta d’inverno, ghiacciata o innevata, che lascia ancora intatto il piacere della domanda. Ed è tutto ancora più strano. Perché ero lì per incontrare un panificatore, fotografo e documentarista che quelle montagne le conosce pietra per pietra. Continue reading Fotografi e panificatori notturni… Baldovino Midali

La Panetteria: lavori in corso e volontà… Calogero Cafà

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Cadoneghe. Un paese con pochi spigoli e con qualche mistero, bar arrembanti, rotonde qualunquiste e una moda retrograda in cui non dirimere mai le questioni di principio. Paesi così sono diramazioni di un hinterland padovano che chiede, chiude e si soddisfa da sé tra mura che richiamano il dormitorio piuttosto che la campagna. È tutto un grosso sistema di tangenziali che taglia un comune sparso in cui l’etimo non coglie il nomadismo ma la propensione alla fuga. Si tiene lontano il vicino come un non visto, perché silenzio e solidarietà sono questioni private che ognuno mantiene in forma pruriginosa tra piatto tipico e lordura, in quella digressione materiale che è la pratica della quotidianità: un sistema da normare il più possibile verso il passato, attraverso i volti sicuri e fieri di integerrime virtù. Continue reading La Panetteria: lavori in corso e volontà… Calogero Cafà

Val Pomaro: la materia prima al servizio di una grande storia… Famiglia Bonello e Andrea Cesarone

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Arquà Petrarca. Un luogo credibile, che punta verso l’alto di una dislocazione geografica decisa ai dadi. Nella fortuna e in quell’alternarsi tra vulcani e ulivi, la crescita edilizia si è bloccata presto, romano e longobardo sono rimasti nel ricordo di un Petrarca stanco e anziano, che coltivava i suoi terreni nella memoria di uno scorcio che non fu suo per mancanza di tempo. Un medievale intatto che si attorciglia e ricorda qualcosa d’altro, di lontano, legato a cipressi e parlate ironiche. Qui in mezzo, il piglio veneto del lavoro indefesso deve recuperare presto la sua parentesi d’ozio. Il tempo ha un peso e una lunghezza, la stima è sempre per eccesso e le aziende agricole non si sono mai nascoste dietro l’agio di qualche vino e di qualche olio. Il maiale deve continuare a rappresentare l’inverno perché qui le colline terminano presto e il turismo non è un buon modo di guardare al mondo. E così, usciti dal centro, dove si rincorre il suggello della storia e il nome suggestivo da calzari e bevute in calici a forma di tulipano, la famiglia Bonello è rimasta l’esegeta più stupefacente di un’estrazione territoriale. Continue reading Val Pomaro: la materia prima al servizio di una grande storia… Famiglia Bonello e Andrea Cesarone