Walser Schtuba: panettoni, accoglienza e forma in mezzo al candore montano… Matteo Sormani

Formazza. Frazione Riale. Quasi duemila metri al confine settentrionale del Piemonte Walser. Circondato da sentieri che portano in Svizzera, da alpeggi e dighe, superata la cascata del Toce, quel che resta sono speranze bianche, escursionismo e piste per lo sci di fondo, questo è il luogo ideale per non svegliarsi più, per entrare nel ruolo fiabesco della sospensione dell’incredulo e lasciarsi trasportare soavemente verso l’assenza della forma. I confini sfumati, i colori azzerati, il tempo affabile delle stube non rimangono che alterazioni di una percezione annebbiata, rilassata, proditoria. Qui, l’attrazione si consuma lentamente, attraverso lo sguardo, la pancia, la luce e la facondia, l’ammorbante si trasforma in interesse e non si vorrebbe più andare via. Si chiede lo spazio, si consiglia senza averlo vissuto ma soprattutto si vede una montagna che non si è trasformata in una mangiatoia per pellicce ritoccate. Qui, estremo avamposto di civiltà, rimane la Walser Schtuba, creazione atavica che Matteo e Francesca Sormani portano avanti con realtà e meraviglia. Continue reading Walser Schtuba: panettoni, accoglienza e forma in mezzo al candore montano… Matteo Sormani

Panificatori leggermente sfumati… Mirko Zenatti

Sommacampagna è un po’ diversa dal solito hinterland, anche qui si sono costruite rotonde, e conseguenti bar, case di tre piani, colori morti addomesticati e periferie brevi ma informi, ma qui, in quel collo di bottiglia tra la Pianura e le colline moreniche, il più classico dei luoghi di passaggio è diventato un luogo dove fermarsi, un recupero agricolo che ha ridato agio al suo centro storico, pesche e vigne in simbiosi quanto basta a non appassire e un’umanità che nel paese non ha visto una forma insana d’invidia. E così, anche se freddo e nebbia costituiscono lo scheletro dell’indifferenza e della diffidenza, basta una campagna a risollevare l’umore, un incrocio sbagliato, una chiacchiera fuori posto, un insensato accenno di nostalgia… Questi sono luoghi che fortificano i concetti e l’assenza di velleità, qui Mirko Zenatti ha da poco rinnovato il suo locale. Continue reading Panificatori leggermente sfumati… Mirko Zenatti

Il Buratto: panificazione lieve, luoghi neo-medievali… Elena e Stefano Campanello

Grazzano Visconti. Vigolzone. La Gardaland del Medioevo, un luogo da bambini in gita, con botteghe artefatte, finte fucine e venditori di ammennicoli. Uno straordinario castello di fine ‘400 e, tutt’intorno, costruzioni anticate di inizio ‘900 per portare giullari e mangiafuoco ai limiti dei centri commerciali. Un luogo fuoriuscito dal tempo e poco scavato, dove la furbizia è pari alla mestizia dei venditori con orari rapsodici, un qualcosa di mantenuto che nella società conformista va ad incocciare il bisogno di gruppi, pullman e di una storia raccontata da divulgatori delle due del pomeriggio. Tra un rabbocco di materia grigia e l’altro, sorseggiando un The Infrè con le Macine, si può sognare acquamarina e zirconi, dame e nani; la bigiotteria del Medioevo, dove tutto è al proprio posto perché quel posto non l’ha mai avuto. Qui, i fratelli Campanello, sulla strada provinciale con dietro un parcheggio dove salvarsi dall’oggettività, hanno deciso per un panificio, un forno a legna, travi a vista e una possibilità. Continue reading Il Buratto: panificazione lieve, luoghi neo-medievali… Elena e Stefano Campanello

Tortelli con la coda e un limitarsi poco oltre… Harry Vallavanti e Donatella Piazza

Gropparello. Località Sariano. Val Vezzeno. L’ennesima spaccatura piacentina che va verso un Appennino rintanato, in una metà strada, tra la Pianura Padana e le terre del Parmigiano, che non è mai andata troppo oltre con la fantasia. Strade che si rimpiccioliscono, castelli d’origine protetta, qualche vigneto, curve sussiegose, stagioni troppo nette per pretendere la Toscana, uno dei primi oli piacentini per dirimere il confine tra la brezza e la montagna, e una necessità al quotidiano fatta ancora di bar, alimentari, edicole, panini con la coppa e parrocchie coercitive. Queste sono valli oscure e diafane, dove il cambiamento cittadino è molto spesso un ritorno e dove i ruoli sono ancora perfettamente rispettati. Qui la pasta fresca fa parte di qualunque giornata. Continue reading Tortelli con la coda e un limitarsi poco oltre… Harry Vallavanti e Donatella Piazza

Gofri: commerciare una familiarità… Marzia Jourdan

Pinerolo. Un punto di transito tra le valli Valdesi e la pianura, un luogo di industriosità borghese e di aristocrazia appannata, l’ennesimo retaggio torinese con i suoi porticati, l’acciottolato morfologico, le piazze chiare e il cielo opaco dai colori sbiaditi dove la notte è lunga e il risplendente è sempre una compromissione con l’uggia degli abitanti. Poche parole, molti riguardi, scenografia algida di luoghi che, appena voltate le spalle, rimarranno intatti nel pensiero ma decostruiti come emozioni. Sono luoghi poco empatici, dove s’inventano cagliate lattiche, gianduia e panettoni bassi e dove si cerca la città nonostante le dimensioni e il benessere di avere le Alpi a portata di macchina. Qui i colori pastello hanno ceduto il passo agli stabili di tre piani, funzione alogica di un Italia che ha accettato e ha provato a ricostruire, stipando le proprie risorse umane in una facile combinazione televisore-divano. In mezzo, insieme all’artigiano indeciso, quello che rientra dalla montagna o quello a cui manca il coraggio di esplorarla, l’incedere geografico dei gofri. Continue reading Gofri: commerciare una familiarità… Marzia Jourdan

La Galletta del Marinaio, storie divergenti e leggendarie… Panificio Maccarini

San Rocco di Camogli. La distrazione del paesaggio è un sistema di rimozione emotiva che non lascia tracce dei particolari e dell’intorno. Il rapimento di una Liguria assoluta, nella discesa verso Punta Chiappa, nelle persiane verde scuro che richiamano le Repubbliche Marinare, negli scalini in mezzo agli ulivi che scendono verso Camogli, trasforma il contesto in un testo senza diaspore. Gli alberi di pompelmo, quelli di mandarino, i giardini, gli agriturismi, le reti tirate sotto i fusti di Taggiasca, gli interludi in corso e le terrazze sospese, con vista e tavoli per pranzi sontuosamente instabili, diventano il simbolo della sopraffazione del sapere, del senso e del sapore sul conoscere, l’intelletto e il suo dissenso. Questo angolo, tra il nascosto e il rinomato, sopperente alle stagioni e alle abbronzature, è uno degli ultimi chiari segni di sbalordimento e di superiorità dell’uomo e della sua natura. Ogni tanto l’Italia ci sconquassa e ci commuove ancora, presupponendo se stessa a qualunque discorso sul mondo, sulla bellezza e sulla gastronomia. E così mi ritrovo alla ricerca di un pezzo di storia, quel panis nauticus, origine dei biscotti e mantenimento senza fine. Continue reading La Galletta del Marinaio, storie divergenti e leggendarie… Panificio Maccarini

Grani autoctoni, mulini a pietra e forni a legna… Paolo Labita

Alcamo è stata una scoperta in tutte le direzioni, negli sbagli, nelle differenze, nel sudore e in quella compiacenza, stadio fondante e fondamentale, di un’esperienza di Sicilia che non può mai rimanere sulla strada. Deve entrare nelle case, sedersi, prendere il tempo con il caffè, rendersi conto, creare un precedente e non dare mai nulla per scontato. Le relazioni precedenti, il passato, la capacità della diversità e quel ricordo di un tempo in cui tutto era discorde diventano le doti lampanti di qualcosa da cui nessuna apparenza al mondo potrà mai sottrarsi. E così Alcamo riesce a sorprendermi attraverso il calore e attraverso la differenza, scuote la difformità di un destino già scritto e mi regala quelle storie riluttanti che han deciso di non anteporre la vendita. Continue reading Grani autoctoni, mulini a pietra e forni a legna… Paolo Labita

MicaPan: acuti panificatori vegani… Caterina Ottino e Francois Peaquin

Fenis. Anche luoghi minuti, impacciati e refrattari al dialogo, in territori dove la sorpresa è un’abitudine, possono portare fuori varie storie e altrettanti diramazioni. Per caso, entrando e uscendo dalla perfezione, la Valle d’Aosta, ogni tanto, mostra figli meno legittimi, dissidenti irriducibili e persone che non hanno creduto all’uniforme, ai pochi dei, ad una tradizione sbandierata il più delle volte e disattesa le stesse. Come sempre dal basso, qui gli agricoltori hanno trovato la propria situazione all’interno di contesti canditi, di giardiniere e balconi in legno, tra curve rispettose, strisce pedonali e un patois che raggiunge sempre l’orecchio del vicino, ancorché a bassa voce. E così la forma reazionaria della fioriera infarcita si è sempre portata dietro il bel tempo e l’inclinazione, fino a quando qualcuno non ha provato ad incrinarla. Caterina Ottino e suo marito Francois Peaquin, torinese lei autoctono lui, hanno spostato la propria visione architettonica dalle case al pane. Continue reading MicaPan: acuti panificatori vegani… Caterina Ottino e Francois Peaquin