Un pane popolare che mette in coda le persone… Alessandro Spoto

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Torino. Borgo Vittoria. Dove il popolare diventa dimenticanza del passato. Una polveriera sociale con un’arteria con un unico senso. Un luogo feroce e beato, in mezzo a quella Torino rimasta a nord, con il sud richiamato al di là del Mediterraneo. Un posto vivo, pieno di gente, con la vitalità operaia trasformata in parassitismo e nefandezza. Adesso che sarebbe trendy essere popolari, ci si è dimenticati dell’origine. Così arrivano un po’ di trascuratezza e un po’ di ingorgo, in quella tessitura che è rimasta anima e interesse. Qui il mercato c’è ogni giorno, le chiese sono roccaforti e l’abuso edilizio è stato fermato dalla densità. Ma la periferia delle piole, delle partite a carte e delle discussioni infinite non è morta e non ha rinnegato se stessa. E così qualche artigiano ha deciso di trasformare il proletariato in possibilità, provando a rendere avvincente la storia di un quartiere che non ha mai dormito e si è sempre evoluto. Politicamente, economicamente e culturalmente. Qui, Alessandro Spoto, ha deciso qualche anno fa di avviare la sua attività. Continue reading Un pane popolare che mette in coda le persone… Alessandro Spoto

Un pizzaiolo sotto traccia… Simone Tricarico

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Ciriè è un luogo chiuso in se stesso. Gira attorno alle logge, ai vestiti borghesi del fine settimana, ai sagrati trasformati in mancanza di rispetto e a fabbriche che non sono altro che una via lontana verso le Valli di Lanzo. Storie tipografiche e immaginifiche inframmezzate all’ignominia, in questi paesi che non sono quasi più hinterland e non ancora tempo morto, l’artigianato può scorrere placido, può nascondersi tranquillamente dietro le abitudini del buon cibo che in questo angolo di mondo si sono trasformate in continue domande e terrore verso il fuori controllo. E così i portici continuano a dirimere la stessa giornata da probabilmente troppi anni. Ciriè lascia veramente il tempo che trova e quando la vai a riprendere anni dopo, l’accorgimento è sempre quello di un ritorno alle origini, di un posto placido senza più nemmeno deferenza. Un paese di un tempo che fu, costretto a vivere la contemporaneità. Continue reading Un pizzaiolo sotto traccia… Simone Tricarico

Se la macinazione avesse un futuro… Michele De Cristofaro

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Albano Sant’Alessandro è un paese a metà strada tra l’hinterland e la fuga. Sulla strada verso il selvaggio, è rimasto un cenno di storia, attraverso le pievi che sono diventate sagrati e che son ritornate chiese. È un paese di resti e di rogge, di un clima modesto e di colori appiattiti dove il tanto al kilo si mette in luce sotto forma di agrituristici porti per matrimoni e dissuasioni dalla realtà. La provincia italiana è un luogo comune dove le antitesi didattiche si consumano dietro le mura di camerette indipendenti che rimangono svezzate dalla voglia di diverso. Ed è da lì che bisogna attingere, da quel bisogno di un verosimile che sembri quantomeno accogliente per una vita senza luci, in mezzo a nebbie che non riescono più nemmeno a stagionare un salame. Perché se i donnaioli sono diventati caprai per ritornare donnaioli, in una sintesi molto più determinante della cultura, il genius loci è rimasto comunque un tamarro da marmitta truccata e da musica che non è più nemmeno un atto di convenzionalità tanto è assimilabile alla merda. E così i tavoli di nozze con i titoli delle canzoni d’amore di periferici commerciali gruppi italiani campeggiano nefasti sulle possibilità di un giovane, che ha studiato lo sviluppo del design agricolo, e che a venticinque anni ha le idee oltremodo chiare: vuole fare il mugnaio, coltivare i suoi campi e recuperare le pietre francesi della sua famiglia. Continue reading Se la macinazione avesse un futuro… Michele De Cristofaro

Un panificatore che mi ha fatto cambiare idea… forse… Massimo Grazioli

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Legnano è sempre un luogo di avventure e di redenzioni. Il cavalleresco deve spingersi oltre la sua sfida, la tenzone è un momento nevralgico del passaggio all’età adulta. E così abbandono le sicurezze per del tempo libero da impiegare. Non mi sposto molto dalla periferia e ci metto poco ad arrivare alla mia soluzione: non troverò mai nessuno. Mi accontenterò del pane. D’altronde c’è sempre stato qualcosa che mi ha frenato al viaggio. È sempre mancato un centesimo per arrivare al dollaro. Così mi presento, ma senza una grossa aspettativa. Massimo Grazioli lo conosco e mi sono sempre bloccato di fronte alla sua vulcanica panificazione. Continue reading Un panificatore che mi ha fatto cambiare idea… forse… Massimo Grazioli

Mastro Focaccina: lo sviluppo della panificazione… Nino e Domenico Terrana

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Palermo. Al confine con Villabate. Tra l’autostrada e via Messina Marine, al lembo di quei quartieri che non sono più famigerata periferia ma che non sono ancora orti urbani. Una terra di mezzo che all’immaginazione ha sempre preferito la concretezza degli odori e delle voci. Acqua dei corsari è un abbandono di archeologia industriale, con ciminiere e mattoni a vista, lascito di un XX secolo che divideva le proprie giornate tra lavoro e fede. In quella qualunque attività che rimaneva a contatto con una realtà difficile e proletaria. Questo è un luogo di un mare che è come se non ci fosse. Nei grandi sobborghi metropolitani, si chiamano snodi, impersonali deviazioni delle periferie, qui a Palermo c’è un’umanità sensibile che si coglie appena si varca la prima precedenza non data. È in posti come questi che Palermo è diversa dal resto del mondo. Con i suoi miliardi di problemi e con i suoi ineguagliabili pregi, qui si può fare ancora artigianato, si possono mettere in comune delle possibilità che in centro diventano puzza di fregatura. Qui, i fratelli Terrana hanno deciso di dare vita, ad inizio 2013, alla loro storia di panificazione e di grani siciliani. Continue reading Mastro Focaccina: lo sviluppo della panificazione… Nino e Domenico Terrana

Lavanda, cereali antichi e trasformazione, nel nisseno più profondo… Gaetano D’Anca

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Santa Caterina Villarmosa. Il centro della Sicilia è una vista sul Monte Canino, dove spaziare dalla provincia di Trapani a quella di Ragusa, passando per Nebrodi, Erei, Madonie e Sicani. Qui si ha una completa contemplazione del giallo dopo-trebbiatura, luoghi colti e sapienti dove la bellezza passa attraverso il sole e attraverso il vento. Questa Sicilia, sbandierata e disillusa dal turismo, è fatta da un incedere tenue e quasi sepolto. Le poche persone che rimangono, possono raccontare il silenzio attraverso mille parole. Perché da qui è molto più facile fuggire, vestirsi bene e ricordarsi del passato come un luogo dalla memoria diafana quasi spenta, in cui emozionarsi all’immagine delle rughe. Chi rimane a Santa Caterina, al di là dei centri di aggregazione giovanile e geriatrici, marchi di fabbrica di afa e partite a carte, può continuare a fare quello che qui si è sempre fatto. Il ricamo, la coltivazione di mandorle, grani e olive e rievocare la tradizione sotto forma di Santi in feste patronali dissipate e floride. Questi sono luoghi di contrasti estremi dove la famiglia D’Anca, Gaetano, Luisa e le loro figlie, continua imperterrita nella mostrazione dell’unica verità siciliana: la terra e la sua lavorazione. Continue reading Lavanda, cereali antichi e trasformazione, nel nisseno più profondo… Gaetano D’Anca

Il fusillo di Felitto e altre storie… Christian Cioffi

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Arrivare a Felitto sotto il temporale è una preparazione al selvaggio, a quello vero, quello che manda in tilt i navigatori e per cui ogni curva diventa possibilità di sbandata. D’altronde il paradiso va conquistato. E così il verde comincia a scurirsi e ad addensarsi, in quel Cilento frastagliato che non ha un orizzonte che non sia una bellezza nascosta, un artigianato sotteso, casalingo, quasi mistico. Dove fare le cose male significa perdizione e tavolini invecchiati dalle carte smunte e fare le cose bene un principio d’invidia che non ti levi mai del tutto dalla pelle. Ma da qualche parte bisogna iniziare, rimandare e ricominciare, in una cortocircuitazione di saperi che lasciano intatta Felitto alle sue tradizioni di rughe, vimini, fil di ferro e centro storico azzimato per la sagra. Il fusillo qui è stato la religione, è diventato abbandono casalingo, ed è stato culturalmente e commercialmente ripreso pochi anni fa per merito di un giovane che vedeva il suo Paese trasformare il verde in grigio. Anche perché qui abbandonare è stata la via più facile alla maturità. Continue reading Il fusillo di Felitto e altre storie… Christian Cioffi

Una famiglia che sta raccogliendo il futuro… Giuseppe Vicentini

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Maragnole di Breganze ha quell’aria pedemontana sormontata dalla grandezza di quei luoghi della provincia vicentina che hanno fatto qualunque storia: Asiago, Bassano, il Grappa e Marostica. Ecco, lì in mezzo, districarsi tra gli alberi di ciliegie, i torresani e il torcolato, è un modo urbano di guardare quella che è una pianura indotta, riponendola sullo stesso piano della fuga. Le frazioni sono stradine di campagna appena cominciate. Perché l’industria da qui non se ne è mai andata e ha permesso all’artigianato di avere i parcheggi pieni. Senza ipocrisie e senza idiosincrasie per la pelliccia stufata e per la buonanima del prozio che ha fatto i soldi vendendo moto e attrezzi agricoli. In luoghi come questo, le attività sono silenziose e durano 24 ore al giorno 365 giorni l’anno, non conoscono pause, non sono refrattarie alla fatica e mettono la famiglia al centro di tutto, glorie ed oneri. Perché siamo in un sud del mondo ricostruito ad arte. Questo Veneto è un retaggio ibridato di un terreno assolato a cavallo del Mediterraneo. E qui, cosa meglio di una saga familiare può tenere banco come paradigma immortale? Continue reading Una famiglia che sta raccogliendo il futuro… Giuseppe Vicentini