Un dolce siciliano fuori logica… Giuseppe Lo Faso

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Bolognetta. Appesa al bosco della Ficuzza, la civiltà dell’hinterland si è portata dietro anche le brutture. Dove la natura è una preminenza, il disinteresse architettonico ha portato verso un lungo viale che non conduce da nessuna parte, e così il paese rimane in quella placida collina da fuga dalla città e da passaggio momentaneo. E la quintessenza del borgo la vedi dal classico ritrovo fuori da bar ancestrali dove uomini di tutte le età non possono fare a meno di guardarti e di chiedersi più che chiederti. È una reiterazione continua alla domanda, nella speranza che, prima o poi, qualcuno decida di portarla via. Sempre uguali a se stessi, questi luoghi siciliani del candore non fanno altro che confermarsi, in una ritualità che sfocia la sua libido nelle feste sacre, dove vestiti a quadri e gonne più corte trovano il soffio della corrispondenza. Ecco, Bolognetta è un luogo placido dove volano poche mosche. Continue reading Un dolce siciliano fuori logica… Giuseppe Lo Faso

Una ragazza e il suo formaggio… Marta Spera

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A metà strada tra Belmonte Mezzagno e Altofonte, in quel palermitano moderno che non ha più nulla né da vendere né da raccontare, dove un paese opaco, una via centrale e centinaia di vicoli a ridosso, in cui non si passa nemmeno a piedi, diventano il luogo di un’immaginazione. Il centro è un posto dal dialetto “incarcato” e dalle portiere ammaccate, in quel festival di luoghi comuni che rendono l’hinterland una condizione dal ricordo famigerato. Qui ci sono rocce, avvallamenti e viste sulla città. È un continuo di momenti già visti e piccole epifanie senza senso. Qui, in questo territorio di nessuno, che tutti conoscono, provare a dare soddisfazioni a quella roccia aspra, che si è sempre nascosta, è l’unica maniera di apertura sul mondo e sull’insoddisfazione di vedere sempre le stesse facce e sempre gli stessi tavolini. Sublimare l’allevamento, è un compito che a qualcuno toccava. E la famiglia Spera si è presa l’incarico di non tradire. Marta e suo padre Giovanni stanno cercando una filiera senza ipocrisia e senza compromessi. Così, come si faceva in futuro Continue reading Una ragazza e il suo formaggio… Marta Spera

Inverno Siciliano

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La neve non si vedeva da anni, da decenni addirittura, e la neve, si sa, rende le tradizioni più semplici: da credere, da tramandare e da ringraziare. La Sicilia, per questo, è sempre stata più evasione che credenza, con quella necessità mite di dover perseguire dei riti e dei miti. In inverno il cibo ha sempre cambiato forma e colore, ma la gente ha sempre continuato a fare la fila fuori dalle gelaterie.

Almeno fino alla neve…. Continue reading Inverno Siciliano

Progresso verso il passato… Lorenzo Pagliaroli e Simona Chessa

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Poggioreale è un luogo abbandonato, uno di quei posti dove si ha a che fare con i fantasmi delle cose, da dove non è possibile che venga restituito nulla, se non ruderi di un terremoto che ha distrutto e stravaganti costruzioni di un nuovo abitato che non è altro che un reticolo di viali periferici senza un centro e con un abisso di costruzioni incommensurabili. Lo sviluppo ha svuotato la possibilità della distanza, del perno attorno a cui tutto far ruotare. Così rimangono fotografie in bianco e nero dei margini di un rudere che non è altro che vegetazione spontanea, solitudine e distanza diurna. Così la Valle del Belice, in quell’esistenza agricola che trasforma gli inverni nelle primavere e i gialli autunnali in vitigni imbottigliati e svenduti, diventa strada statale, strada dissestata e curve senza via di uscita, in mezzo a quei paesi che non hanno altro che il ricordo di una storia che non si è compiuta. Così si cerca di guardare indietro per qualche possibilità di lavoro e per regalare qualche ora di quel tempo fermatosi nel 1968. Continue reading Progresso verso il passato… Lorenzo Pagliaroli e Simona Chessa

Uno chef prestato alla pizza… Francesco Cassarino

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Ragusa è un luogo tralasciato, pieno di vicoli, rotonde e discese che non portano a nulla se non a girare intorno a quell’unico motivo impossibile attraverso cui si è riuscito a ricreare la natività all’interno di un’apparizione. Che viene cercata e che non si fa mai trovare simile a se stessa. Bisogna affidarsi e guardare oltre quel terremoto che ha scardinato il medioevo, rendendo indietro quel tardo barocco che ha reso il Val di Noto quello scrigno presenzialista che non può mai essere evitato in una discussione che vuole la Sicilia come centro di smistamento delle cazzate vacanziere. Superato l’oltre di queste facciate, il molto oltre, dopo aver capito che ruota tutto intorno a quell’impiantito medievale-bizantino, dopo aver visto le luci notturne, dopo aver surrogato il nero con il luminoso dorato della pietra locale e dopo aver rimesso in discussione il concetto di pretesa, appare l’unico motivo attorno a cui ruota tutto: Ibla. Nata dalla morte per essere ammirata. E così la ricchezza non è più un barlume di limone raccolto, di zolfo prelevato o di cannolo riempito, è lì sotto una forma lacerata di povertà, quasi traslata verso una Sicilia che non è più appartenenza e non è più nemmeno possesso. Continue reading Uno chef prestato alla pizza… Francesco Cassarino

Profumi di forno a legna e fatica… Nazareno Tusa

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Monreale è un paese di panifici, panettieri e casalinghi possidenti un Fiorino, che la domenica si trasferiscono a Palermo a vendere il pane a tutti quei cittadini che non riescono ad esimersi dal rito del pane caldo. Perché la Sicilia è un luogo dove il sesamo, la rapida lievitazione, il calore della mollica e la fragranza di un rimacinato a colpi di martello, sono sempre stati effigie di qualcosa che va molto al di là della semplice fragranza del pane. Mettersi in coda al panificio alle sette di sera continua ad essere un rito. Non c’è nemmeno bisogno di collocare fuori i cartelli, il palermitano mangia pane caldo a pranzo e pane caldo a cena. E la domenica è costretto ad accontentarsi di un’oleografia del pane monrealese o almeno di quello che si faceva una volta, quando la povertà era la più fiera oppositrice del calore dei lievitati. A Monreale, però, c’è un forno a legna, dove le abitudini non sono così tanto cambiate e dove la fatica dell’artigiano è un parossismo impossibile ai più. Continue reading Profumi di forno a legna e fatica… Nazareno Tusa

Sicilia rurale, capre Girgentane, meloni siccagni e un mondo dove il giudizio è sospeso… Fratelli Capuano (featuring Gino Romana)

Caltavuturo è un paese sfiorato. Ha delle vie, qualche bottega, una piazza ristrutturata, emigranti e reduci, maestri elementari, corriere da prendere, qualche volto meno dilaniato e qualche volto trattenuto, giovani che se ne vanno senza ritornare e giovani che ritornano senza mai essersi mossi, vista a perdita d’occhio e una quantità di campagna agra, difficile, meravigliosa, che toglie il senso a tutte le Sicilie che non siano questa, quella dei carovanieri, dei pastori, della siccità, del vento tramortente, delle gradazioni di giallo e marrone, degli olivi e dei pomodori. Il barocco e le isole sono esempi straordinari di civiltà, ma solo in queste lande si esce fuori dal tempo, riappropriandosi di una dimensione rurale. Qui, la pennichella e il sole gestiscono ancora umori, rumori, gradazioni e tempi scenici. Continue reading Sicilia rurale, capre Girgentane, meloni siccagni e un mondo dove il giudizio è sospeso… Fratelli Capuano (featuring Gino Romana)

C’è ancora un cannolo a Piana degli Albanesi… Marco Cuccia

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Piana degli Albanesi. Minoranza etnico-linguistica arbereshe. Rito greco-bizantino. Un luogo con una doppia lingua e con una civiltà evoluta, dove il dialogo non è mai una certezza. Un lago artificiale di mezza-montagna, una strage dimenticata se non fosse per una decina di monoliti, stile Stonehenge, a ricordare gli undici lavoratori uccisi da non si sa bene chi (strano!!), delle tradizioni gastronomiche e un centro storico nascosto in mezzo ad una conca a settecento metri d’altezza, a metà strada tra il medioevo e il barocco. Qui si è mantenuta una cultura, i territori sono sconfinati, le varie guerre di mafia hanno messo in testa più di una pietra, a mafiosi e ad innocenti. Piana degli Albanesi è un luogo isolato senza un reale retaggio turistico. Unico, sopra tutto, il cannolo e quelle dimensioni che, nelle leggende, più si sono allontanate dalla fonte, più sono diventante pantagrueliche, enormi, sesquipedali, senza più un recinto. Così la necessità al nutrimento ne ha fatto un’effigie e il geometrico contemporaneo un ostracismo. Ma il sentito dire è il motore di una sagra di paese, il resto è lavoro e quotidianità, in quell’andito dove Marco Cuccia ha deciso di normalizzare il tutto verso la strada della qualità. Continue reading C’è ancora un cannolo a Piana degli Albanesi… Marco Cuccia